
(di Paolo Petroni) (ANSA) - ROMA, 21 GEN - MICHELE COGO, 'FENOMENOLOGIA DI UMBERTO ECO' (BASKERVILLE, pp. 182 - 22,00 euro). C'era una volta la 'Fenomenologia di Mike Bongiorno', che tanto indigno' e fece soffrire il povero presentatore tv, quando Umberto Eco la pubblico' nel 1961 nel suo 'Diario minimo', che fu un po' l'inizio del suo successo come intellettuale e di quella popolarita' che ne fa oramai un'icona mitica. Oggi ecco la 'Fenomenologia di Umberto Eco', proprio dedicata a questo percorso: dagli studi serissimi di su San Tommaso e di semiologia sino al divulgatore ironico, alle 'Bustine di Minerva' e al romanziere di successo planetario, indaga e ricostruisce tutto Michele Cogo, sceneggiatore ma anche semiologo nato sotto la guida di Paolo Fabbri e Omar Calabrese.
Il suo saggio, che si basa sull'analisi di pagine e pagine di giornali dell'arco di quasi 50 anni, parte dall'idea che Eco non sia una persona che ha realizzato innovazioni teoriche di grande rilevanza, da cui deriva al sua fama, anche se, sottolinea Cogo, 'Opera aperta' resta un punto riferimento per l'estetica contemporanea, ma la sua importanza deriva dall'aver avuto un ruolo decisivo nell'operare un vero e proprio terremoto, 'movimenti tettonici', all'interno della cultura italiana e di quella internazionale che 50 anni fa era del tutto ingessata, capace solo di perndersi molto sul serio, persa dietro all'analisi di grandi argomenti, mentre gli sfuggivano i particolari e come si andasse trasformando la vita quotidiana di tutti, la societa'. Un terremoto che non nasce da una vera e propri rottura, ma da pieghe, inflession, spostamenti, slittamenti d'accento che hanno modificato le gerarchie e riscritto i criteri tradizionali di dominanza culturale.
Cogo definisce Eco un dilettante, nel senso letterale del termine: uno che agisce sempre per diletto, come con un senso di responsabilita' verso il proprio diletto, capace di prendere in giro anche cio' in cui piu' crede. Solo che il diletto, e' contagioso, perche' quando uno si diverte e' piu' facile riesca a coinvolgere entusiasmare anche chi lo ascolta, specie se usa anche riferimenti della cultura di massa, popolare, comuni a molti, come fa appunto eco che mescola cultura alta e bassa, Dante e i fumetti, filosofia e canzonette, senza timore di incrinare la propria superiorita', anzi dando una maggiore prospettiva alla propria figura di intellettuale.
'Siamo in un'epoca revisionista: torniamo indietro a passo di gambero - scrive Fabbri nella prefazione al volume - ma cosi' facendo incappiamo di spalle nei fatti. Grande merito di questo libro e' che ci aiuta a voltarci e a guardare di fronte il suo oggetto: la motogonia di Umberto Eco'. Tutto questo diventa poi, quasi naturalemnte, anche una visione panoramica sull'evoluzione culturale del nostro secondo Novecento e, appunto, sul cambiamento di valori, di ottiche, di priorita', di sistemi di conoscenza e mezzi di comunicazione di ogni tipo e genere.
L'anno chiave, in questa mitopoiesi, e' il 1964, quando escono una serie di articoli su Eco, i cui titoli rivelano gia' tutto, la sua forza dirompente nel riuscire ad arrivare anche a un pubblico che era escluso da certi discorsi: 'Anche i fumetti hanno il sangue blu' su Oggui di Domenico Porzio e 'Anche l'HullyGully diventa 'messaggio'' di Alberto Arbasino sul Giorno, sono solo due esempi tra tanti.
Oggi, ma ormai da piu' di vent'anni (il sucesso del 'Nome della rosa' e degli inizi degli anni '80 e vanta traduzioni in 41 paesi), si parla di Eco, sui giornali di tutto il mondo, facendone una delle poche figure di intellettuale planetario.
Questo ne ha fatto anche 'un personaggio', un divo, una star della cultura a perfetto agio nel nuovo universo multimediale e elettronico, tanto che i giornalisti si sprecano a raccontarci aneddoti e leggende sul suo stile di vita, come il suo amore per il flauto dolce, e, quando si taglia la sua folta, cratteristica barba, diventa una notizia che fa quasi il giro del mondo.
Il suo saggio, che si basa sull'analisi di pagine e pagine di giornali dell'arco di quasi 50 anni, parte dall'idea che Eco non sia una persona che ha realizzato innovazioni teoriche di grande rilevanza, da cui deriva al sua fama, anche se, sottolinea Cogo, 'Opera aperta' resta un punto riferimento per l'estetica contemporanea, ma la sua importanza deriva dall'aver avuto un ruolo decisivo nell'operare un vero e proprio terremoto, 'movimenti tettonici', all'interno della cultura italiana e di quella internazionale che 50 anni fa era del tutto ingessata, capace solo di perndersi molto sul serio, persa dietro all'analisi di grandi argomenti, mentre gli sfuggivano i particolari e come si andasse trasformando la vita quotidiana di tutti, la societa'. Un terremoto che non nasce da una vera e propri rottura, ma da pieghe, inflession, spostamenti, slittamenti d'accento che hanno modificato le gerarchie e riscritto i criteri tradizionali di dominanza culturale.
Cogo definisce Eco un dilettante, nel senso letterale del termine: uno che agisce sempre per diletto, come con un senso di responsabilita' verso il proprio diletto, capace di prendere in giro anche cio' in cui piu' crede. Solo che il diletto, e' contagioso, perche' quando uno si diverte e' piu' facile riesca a coinvolgere entusiasmare anche chi lo ascolta, specie se usa anche riferimenti della cultura di massa, popolare, comuni a molti, come fa appunto eco che mescola cultura alta e bassa, Dante e i fumetti, filosofia e canzonette, senza timore di incrinare la propria superiorita', anzi dando una maggiore prospettiva alla propria figura di intellettuale.
'Siamo in un'epoca revisionista: torniamo indietro a passo di gambero - scrive Fabbri nella prefazione al volume - ma cosi' facendo incappiamo di spalle nei fatti. Grande merito di questo libro e' che ci aiuta a voltarci e a guardare di fronte il suo oggetto: la motogonia di Umberto Eco'. Tutto questo diventa poi, quasi naturalemnte, anche una visione panoramica sull'evoluzione culturale del nostro secondo Novecento e, appunto, sul cambiamento di valori, di ottiche, di priorita', di sistemi di conoscenza e mezzi di comunicazione di ogni tipo e genere.
L'anno chiave, in questa mitopoiesi, e' il 1964, quando escono una serie di articoli su Eco, i cui titoli rivelano gia' tutto, la sua forza dirompente nel riuscire ad arrivare anche a un pubblico che era escluso da certi discorsi: 'Anche i fumetti hanno il sangue blu' su Oggui di Domenico Porzio e 'Anche l'HullyGully diventa 'messaggio'' di Alberto Arbasino sul Giorno, sono solo due esempi tra tanti.
Oggi, ma ormai da piu' di vent'anni (il sucesso del 'Nome della rosa' e degli inizi degli anni '80 e vanta traduzioni in 41 paesi), si parla di Eco, sui giornali di tutto il mondo, facendone una delle poche figure di intellettuale planetario.
Questo ne ha fatto anche 'un personaggio', un divo, una star della cultura a perfetto agio nel nuovo universo multimediale e elettronico, tanto che i giornalisti si sprecano a raccontarci aneddoti e leggende sul suo stile di vita, come il suo amore per il flauto dolce, e, quando si taglia la sua folta, cratteristica barba, diventa una notizia che fa quasi il giro del mondo.

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