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lunedì 20 luglio 2009

Morto a New York a 78 anni. Frank McCourt, con l’Irlanda nel cuore


Morto a New York a 78 anni. Vinse il Pulitzer raccontando la terra di origine
Frank McCourt, con l’Irlanda nel cuore
Prima la povertà, poi una vita da «prof» e quindi
il successo con "Le ceneri di Angela".

Frank McCourt ha avuto tre vite. L’auto­re di Le ceneri di Angela, morto settan­tottenne ieri a New York per una me­ningite che aveva colpito nei giorni scorsi il suo fisico già minato da un male incu­rabile, aveva cominciato la sua prima vita nel 1930 a Brooklyn, figlio di immigrati poverissi­mi che quattro anni dopo erano tornati a Lime­rick, Irlanda, terra d’origine dei McCourt. Quel­la vita fu dickensiana, da sopravvissuto per mi­racolo alla povertà, al freddo e alla malnutrizio­ne che avevano ucciso tre dei suoi sei fratelli. Poi il ritorno negli Stati Uniti, i lavori occasio­nali, il servizio militare e infine, grazie alla bor­sa di studio da reduce, la laurea in lettere e l’ini­zio della seconda vita.

Quella da insegnante nelle scuole pubbliche di New York, «prof» anticonformista e inna­morato della poesia, che passava le ore ascol­tando i ragazzi «perché hanno insegnato più cose a me di quante io ne abbia mai spiegate a loro», cantando e suonando l’armonica a boc­ca in classe «perché chi sta in cattedra non do­vrebbe essere un nemico, ma un alleato». E finalmente, raggiunta la pensione, a 66 an­ni, sposato con la terza moglie, ecco la terza e ultima vita: quella di scrittore di best-seller mondiali e contemporaneamente («doppiet­ta » difficilissima da realizzare) vincitore di pre­mi importanti, da salotto buono delle lettere americane: il Pulitzer e il National Book Critics Circle nel 1996 per il suo primo libro, le sue memorie: Le ceneri di Angela, immediatamen­te fenomeno editoriale globale da tre milioni di copie negli Usa e due e mezzo in Regno Uni­to e Irlanda (è stato pubblicato in Italia, come tutte le sue opere successive, da Adelphi).

Perché McCourt aveva in mente da decenni di raccontare la sua vita, ma ogni tentativo di scrivere finiva in una falsa partenza. Finché, di­ventato nonno affettuosissimo del piccolo Frank jr — con il rimorso di essere stato un padre distante per la ribelle figlia Maggie, scap­pata a 17 anni con la band psichedelica dei Gra­teful Dead — non capì che avrebbe dovuto usa­re, per scrivere le sue memorie, la voce di se stesso da bambino. Ed ecco fluire subito dalla penna quell’incipit indimenticabile: «Gente di tutte le razze si vanta — o si lamenta — di quanto sia stata brutta la propria infanzia, ma non c’è niente di paragonabile a una brutta in­fanzia irlandese. La povertà. Il padre alcolista, chiacchierone e disoccupato. La madre religio­sa e stanca che si lamenta accanto al caminet­to. I preti arroganti. I maestri di scuola prepo­tenti. Gli inglesi, e tutte le brutte cose che ci hanno fatto per ottocento lunghi anni».

Così arrivarono i premi letterari, il successo globale tradotto in trenta lingue, tutte quelle copie vendute, il film hollywoodiano, l’invito a parlare alle Nazioni Unite. Tutto grazie alla sua voce di bambino, alle parole del piccolo Frankie che accompagnava mamma Angela, triste e coraggiosa, nella quotidiana via crucis attraverso i pub alla ricerca di suo padre disoc­cupato e alcolizzato, che diceva ai suoi bambi­ni affamati e digiuni «il cibo fa male» prima di andare a spendere il sussidio in whisky e birra scura. La stessa birra che Frankie vide lordare la bara bianca del suo fratellino morto di sten­ti, perché papà Malachy non era riuscito a re­stare sobrio, e con le mani pulite, neanche quella volta. E McCourt sorrideva nel suo mo­do timido e un po’ incredulo ricordando come dovesse la sua fortuna e la sua ricchezza di vec­chio, l’attico a Manhattan e la bella fattoria in campagna, alla sfortuna e alle umiliazioni subi­te da bimbo, a quelle storie struggenti raccon­tate senza autocommiserazione ma con umani­tà e humor.

Il tranquillo ex-professore dei ragazzacci del liceo Stuyvesant diventò amico delle star d’Ir­landa come Liam Neeson e Bono. E, in quel 1998 degli storici Accordi del Venerdì Santo, si trasformò in ascoltato apostolo del processo di pace: «È inevitabile, l’ho capito parlando con i giovani dell’Irlanda del Nord. Sono stan­chi di tutto quell’odio, vogliono la possibilità di vivere in un Paese normale. Non è più tem­po di 'morire per l’Irlanda', come nelle canzo­ni che mi cantava mio padre. I ragazzi voglio­no cominciare a vivere», disse, profetico, al Corriere quell’anno.

E dopo il successo de Le ceneri di Angela pubblicò il seguito: Che Paese, l’America. Poi la storia del suo lavoro d’insegnante: Ehi, prof!. E infine un racconto semplice, per bam­bini, Angela e Gesù Bambino, che ha commos­so anche i grandi: in cui sua madre, a sei anni, cerca di rubare dalla gelida, umida chiesa di Limerick la statua di Gesù bambino. Per tener­lo al caldo e al riparo, almeno per una notte. Perché non morisse di freddo come i suoi fra­tellini. Ma il tempo riservato alle tre vite di Frank McCourt era finito: mentre lavorava, alla soglia degli 80 anni, al suo primo romanzo. «Il mio esordio da giovane autore di fiction», scherzava. Proprio lui che diventò famoso rac­contando la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Con umanità, grazia, e un sorriso di bambino.

Matteo Persivale,
Corriere della Sera
20 luglio 2009

venerdì 10 luglio 2009

LIBRO DEL GIORNO: DANILO KIS, SI SCRIVE PER VANITA' /ANSA

ESCE 'HOMO POETICUS', SAGGI E INTERVISTE DELLO SCRITTORE SERBO (di Paolo Petroni) (ANSA) - ROMA, 10 LUG - DANILO KIS, 'HOMO POETICUS' (ADELPHI, pp. 364 - 30,00 euro).
'La scrittura e' vocazione, mutazione dei geni e dei cromosomi; si diventa scrittori come si diventa strangolatori (....) La scrittura e' vanita'. Una vanita' che talvolta mi sembra meno inutile di altre forme di esistenza. Scrivo, dunque, perche' sono insoddisfatto di me stesso e del mondo. Per esprimere quest'insoddisfazione. Per sopravvivere!'. Confessava nel 1985 Danilo Kis, considerato uno dei grandi autori del secondo Novecento, anche se il suo nome non e' mia riuscito a diventare popolare.
Serbo di Subotica, ebreo con padre morto a Auschwitz e madre cattolica montenegrina, Danilo Kis, in esilio a Parigi dalla fine degli anni '70, in seguito agli attacchi seguiti alla pubblicazione del suo libro sulle persecuzioni staliniste ('I leoni meccanici' edito in italiano col titolo 'Una tomba per Bopris Davidovic'), e' morto a soli 54 anni nel 1989, lasciando alcuni libri, da Giardino cenere a Enciclopedia dei morti, diventati di culto per molti letterati e intellettuali. 'Di tutti gli scrittori della mia generazione, che abitavano a Parigi durante gli anni Ottanta, Kiss era forse il piu' grande. Il piu' grande e il piu' invisibile', ha scritto un suo collega d'esilio, Milan Kundera. Ora Adelphi pubblica questa raccolta di suoi saggi e interviste in cui, sin dal titolo, quello dello scritto d'apertura, Kiss rivendica alla letteratura e allo scrittore, contro ogni neorealismo e romanzo impegnato ideologicamente, una autonomia e l'indagine della sfera dei sentimenti: 'A noi dunque, agli jugoslavi, l'homo politicus, agli altri tutto il resto, tutte le altre dimensioni di quel meraviglioso cristallo dalle mille sfaccettature, quel cristallo chiamato homo poeticus, quell'animale poetico che soffre sia per amore sia per la propria mortalita', per la metafisica quanto per la politica', scrive con ironia, ma seriamente, ricordando quanto gli jugoslavi abbiano puntato e esportato i loro problemi di nazionalismo e sciovinismo. 'Ma dobbiamo essere coscienti che la letteratura, la poesia sono una diga contro la barbarie, e che anche se la poesia forse 'non nobilita i sensi', e' comunque utile: da' un senso alla vanita' dell'esistenza'.
Nel volume sono raccolte personali e interessanti letture di autori come de Sade, Flaubert, Borges, Nabokov, indagando la ricchezza e i mille volti e assieme la sostanziale unita' della tradizione europea, cui rivendica e sottolinea (come nel caso dello scontro tra poesia e politica) l'appartenenza naturale della cultura e dell'anima balcanica. Un'anima che in lui rivive nella sua personale chiave barocca e metafisica, di visione e elaborazione fantastica che nasce dalla realta', conscio che 'Non si puo' capire il totalitarismo usando la sua stessa seriosita', ovvero il suo stesso linguaggio. Per farlo abbiamo bisogno di un'altra lingua'. (ANSA).

PER 10-LUG-09 11:25 NNNN