giovedì 22 luglio 2010

Castelbuono (Pa) 24/07, Presentazione del libro di Anna Mauro “Stracchiolitudine” (Edizioni La Zisa)


Nell’ambito delle manifestazioni estive organizzate dal comune di Castelbuono, in provincia di Palermo, sabato 24 luglio, alle ore 22, nel cortile Dafne (dietro la fontana Venere Ciprea), naturalmente a Castelbuono, verrà presentato il libro “Stracchiolitudine”, pubblicato Edizioni La Zisa e giunto in pochi mesi alla seconda ristampa, della scrittrice, regista e attrice teatrale Anna Mauro.


IL LIBRO: Accanto al mondo dei potenti e dei conformisti ne esiste un altro parallelo. È il mondo degli invisibili, di tutti coloro che non hanno voce in capitolo, eppure eccedono nei gesti, nella voce, nell’uso delle parole, come a volersi imporre su una società che tende ad ignorarli e che per loro nutre un profondo disprezzo.
La protagonista, Franca, è una donna spassosa, esilarante, che ai margini della società non ci vuole stare “manco scannata morta” e che per questo decide, alla pari di politici, assassini e presentatori televisivi, di scrivere il suo libro per averlo pubblicato. Un solo, piccolo neo: è semianalfabeta...

L'AUTRICE: Anna Mauro, scrittrice, regista e attrice teatrale, nata e radicata a Palermo dal lontano 1957, dove vive ed insegna (per la precisione vive a casa sua ed insegna in un liceo cittadino) sostiene di essere l’unica eccezione che conferma la regola “L’ironia è delle persone intelligenti”. Si definisce scriborroica e femminopatica.

mercoledì 21 luglio 2010

Quel Belpaese visto da lontano nel nuovo libro di Davide Romano




Mass Media
Quel Belpaese visto da lontano
di Rossella Puccio (la Repubblica)


Davide Romano nel suo libro-inchiesta “Dicono di noi. Il Balpaese nella stampa estera”, pubblicato dalla Edizioni La Zisa (pp. 104; euro 10), indossa i deformanti occhiali dei colleghi d’oltralpe per capire come viene interpretata l’Italia fuori dai nostri confini. Aprono il libro le presentazioni di Rosalinda Camarda e di Pino Apprendi, poi lo stesso Romano definisce margini e fini della sua inchiesta: la spesso superficiale e contraffatta visione, della stampa straniera, sull’Italia. Il catalogo degli italici difetti, come sostiene l’autore, che si dipana da fenomeni di malversazione amministrativa a quelli di collusione mafiosa nel tempo, dall’Italia unita alla videocrazia berlusconiana. Un carosello di stereotipi che svoltano velocemente su vizi e virtù di un intero Paese. Romano taccia la velocità dolente dei colleghi stranieri, il loro approccio viziato e approssimativo al “caso” Italia, a cui sfugge il reale e dimenticato. E’ la “Repubblica delle banane”, come disse Eugenio Scalfari, soleggiata, contraddittoria e chiacchierata.

sabato 17 luglio 2010

Attenti alle agenzie letterarie a pagamento



Molti aspiranti autori percepiscono la figura dell'agente letterario in maniera molto distorta. Lo ritengono quasi un amico in grado di valicare tutti gli ostacoli che si pongono tra loro e il raggiungimento della tanto agognata pubblicazione. Credono che basti sborsare 500, 1000 euro per ottenere con estrema facilità una pubblicazione da parte di un editore serio e importante. Non è così che funziona questo complesso e oscuro meccanismo editoriale. Gli agenti letterari o le agenzie letterarie, semplicemente valutano inediti (spesso dietro compenso) per poi proporli agli editori con i quali sono in contatto. Ma l'ultima parola spetterà all'editore e, in tanti casi, avrete pagato per una consulenza inutile. L'agente letterario non ha alcun potere; è vero, costituisce una piccola scorciatoia per far sì che la propria opera venga almeno letta da un editor o redattore e non cestinata assieme a tante altre, ma tutto ciò ha il suo costo, per nulla economico e senza alcuna garanzia. L'agenzia letteraria potrebbe benissimo leggere (a pagamento) il vostro romanzo, per poi comunicarvi che non ha alcuna intenzione di rappresentarvi. Oppure, potrebbe chiedere dei soldi per la sola rappresentanza e, anche in questo caso, potreste arrivare a spendere delle somme anche considerevoli e senza alcun risultato. L'unica possibilità priva di ogni rischio, è quella di stipulare un accordo contrattuale che preveda, per l'agenzia, un guadagno esclusivamente in caso di avvenuta pubblicazione, ma non una cifra forfettaria da corrispondere immediatamente, altrimenti, sarebbe come pubblicare tramite l'editoria a pagamento. L'agenzia percepirà invece una percentuale dei vostri diritti d'autore. Questo rappresenta l'unico sistema per evitare di spendere soldi inutilmente. Ricapitolando: lettura gratuita del vostro testo; in caso fosse ritenuto valido, rappresentanza gratuita presso le case editrici; qualora l'agente letterario vi procurasse un buon contratto editoriale, sarà stabilità una percentuale sulle vendite del vostro libro.
Ovviamente, se l'agente riuscisse e concludere un accordo con una grande casa editrice, ci può anche stare il pagare una cifra al momento della stipula del contratto, ma, ribadisco, ne deve valere realmente la pena, altrimenti il tutto sembrerebbe quasi un giro contorto per mascherare una pubblicazione con contributo. Controllate con quali case editrici è in contatto l'agenzia alla quale vi siete rivolti, evitate di spendere denaro inutilmente o sprecare il vostro tempo.
(fonte: internet)

lunedì 12 luglio 2010

Davide Romano, "Uno spettro s’avanza… Globalizzazione, mafie, diritti e nuova cittadinanza", Edizioni Ex Libris


In libreria: Davide Romano, "Uno spettro s’avanza… Globalizzazione, mafie, diritti e nuova cittadinanza", Edizioni Ex Libris, pp. 128, euro 8

«Il valore particolare di questo agile volume di Davide Romano sta proprio nella capacità di sintesi di cui l’autore fa mostra nell’affrontare press’a poco tutti i problemi fondamentali della nostra epoca: una capacità di sintesi che rende molto efficace la descrizione, la diagnosi e l’indicazione delle possibili soluzioni delle numerose difficoltà che la società e la politica si trovano oggi a fronteggiare. I processi di globalizzazione e di nuova territorializzazione, e la conseguente crisi degli Stati nazionali, sono posti lucidamente alla base della necessità di ripensare la democrazia sia nel rapporto paritetico tra grandi aggregati sovranazionali (Europa, Nordamerica, America latina...) che nella ridefinizione della città come nuovo luogo della partecipazione civile… ».
«La doppia sfida delle nuove (e diffusissime) povertà e della sostenibilità ambientale del presente modello di sviluppo, viene efficacemente presentata come la matrice della drammatica urgenza dei nostri problemi. La diffusione globale e locale dell’«economia criminale», e quindi delle mafie, viene giustamente enfatizzata come cifra di uno sviluppo economico del tutto sregolato che, esaltato dalla guerra permanente, fa sì che la politica divenga diretta rappresentante del crimine (andando quindi ben oltre il classico rapporto di “scambio politico”) e giunge a creare, in particolare nelle zone di più acuto conflitto, dei veri e propri “stati-mafia”».
«Insomma: tutte o quasi le nostre questioni essenziali sono tratteggiate da Romano in modo da renderne immediatamente percepibili, e quasi tangibili, le dimensioni e la gravità». (dalla Presentazione di Paolo Ferrero)

DAVIDE ROMANO (Palermo), giornalista. Ha scritto e scrive per numerose testate, tra le quali: Il Giornale di Sicilia, Il Mediterraneo, La Repubblica, Centonove, Antimafia2000, L’Ora, La Rinascita della Sinistra, Jesus, Avvenimenti, L’Inchiesta Sicilia, Narcomafie e Riforma. È stato anche fondatore e direttore responsabile del bimestrale di economia, politica e cultura Nuovo Mezzogiorno e del mensile della Funzione Pubblica Cgil Sicilia Forum 98.
Ha pubblicato: L’amore maldestro (2001), La linea d’orizzonte tra carne e Cielo (2003), La buriana e altri racconti (2003), Nella città opulenta. Microstorie di vita quotidiana (2003, 2004), L’anima in tasca (2004), Piccola guida ai monasteri e ai conventi di Sicilia (2005), Il santo mendicante. Vita di Giuseppe Benedetto Labre (2005), Dicono di noi. Il Belpaese nella stampa estera (2005) e La pagliuzza e la trave. Indagine sul cattolicesimo contemporaneo (2007). Ha curato l’antologia Nuova Poesia (2008) e l’opera del dirigente comunista Girolamo Li Causi, Terra di frontiera. Una stagione politica in Sicilia 1944-60 (2009).

venerdì 9 luglio 2010

Palermo 16 luglio, Presentazione del romanzo di Annalisa Giordano, "La rosa del deserto", Edizioni La Zisa


La casa editrice La Zisa si tinge di rosa e lo fa inaugurando una nuova collana di romanzi diretti soprattutto al pubblico femmnile. La collana, che si chiama Le Rose, viene inaugurata dal romanzo di Annalisa Giordano, "La rosa del deserto" (pp. 192, euro 9,90), che sarà presentato venerdì 16 luglio, alle ore 16, nella suggestiva cornice della Sala delle Carrozze di Villa Niscemi (piazza Niscemi 1), a Palermo. A discuterne con l'autrice, giovanissimo assessore del comune di Campofelice di Fitalia (Pa), i giornalisti Alessia Franco e Davide Romano.


Il Libro: Che cosa hanno in comune una giovane e bella apprendista che muove i primi passi nel mondo della moda e il ricco figlio di un governatore? Complice la seducente Tunisia, le strade di Elisa e Shams - cresciuti in due mondi diversi e apparentemente destinati a rimanere tali – si uniranno indissolubilmente grazie a tanti momenti magici passati insieme. Un'avventura da non perdere per chi crede che anche il sogno più arduo da realizzare non sia impossibile.

L'autrice: Nata a Palermo il 28 gennaio 1984, Annalisa Giordano è cresciuta a Campofelice di Fitalia (Palermo). Dopo gli studi all’Istituto d’Arte di Monreale, dove si è diplomata in Arti Applicate, nel 2008 si è laureata come Progettista di Moda all’Accademia di Belle Arti di Palermo. Appassionata fin dalla tenera età di romanzi rosa, la giovane autrice è al suo primo romanzo, che inaugura la collana Le Rose della casa editrice La Zisa.

giovedì 8 luglio 2010

Solidarietà delle Edizioni La Zisa alla giornalista Alessia Cannizzaro definita su Facebook “una ex-prostituta incazzata”

Un certo sig. Vito Introna, chiacchierando allegramente su Facebook con una certa Linda Rando, oltre ad insultare per l'ennesima volta la casa editrice e il suo staff (il direttore della stessa è stato, fra le altre cose, definito “tipografo scadente”, “rincoglionito” e “imbecille siculo”), si è permesso di definire la nostra autrice e amica, la giornalista Alessia Cannizzaro, "ex prostituta incazzata". Vorremmo esprimere ad Alessia tutto il nostro affetto e la nostra vicinanza per l'essere stata oggetto di tanta ingiustificata volgarità e informare il Sig. Introna e sodali che sosterremo l'azione legale che la Dott.ssa Cannizzaro intende intraprendere contro di lui e la Sig.na Rando per diffamazione.

mercoledì 7 luglio 2010

LIBRI, 'VINCOLI D'ONORE, STORIE E UOMINI DI MAFIA TRA NEW YORK E PALERMO' DI GIUSEPPE INCANDELA


E' in libreria il volume "Vincoli d'onore. Storie e uomini di mafia tra New York e Palermo" di Giuseppe Incandela, edizioni La Zisa.Molte tragiche vicende criminali che nell'ultimo sessantennio hanno occupato le prime pagine dei notiziari non solo nazionali, trovano la loro origine nel rinnovato patto tra la mafia siciliana e quella americana siglato nei primi anni del secondo dopoguerra. Soprattutto il traffico degli stupefacenti, per gli ingenti profitti che esso procura, ha messo in crisi vecchi e consolidati assetti delinquenziali, provocando di conseguenza una lunga catena di omicidi, sia all'interno delle famiglie mafiose, che nei confronti delle componenti istituzionali piu' determinate nella lotta al crimine organizzato.
Di volta in volta, l'alleanza tra le due mafie, nonostante le differenze strutturali che le contraddistinguono, e' servita anche di valido supporto nelle fasi critiche che entrambe hanno attraversato. In ultimo, gli USA sono diventati terra di esilio dei boss fuggiti dalla Sicilia all'indomani della guerra scatenata tra i clan negli anni '80. Il paventato ritorno degli "scappati" nell'isola sta pero' determinando un nuovo scontro tra favorevoli e contrari, i cui sviluppi ulteriori al momento attuale non e' facile prevedere.
Giuseppe Incandela vanta al suo attivo una lunga esperienza giornalistica iniziata quarant'anni fa sulle colonne del quotidiano palermitano L'Ora, e proseguita con la collaborazione alla sede palermitana dell'Agenzia Radiocor, diretta da Mauro De Mauro, a TVR Sicilia e al VideoGiornale. Attualmente conduce due rubriche sui canali del Centro Televisivo Palermitano. Tra le sue numerose pubblicazioni: Piero Gobetti e la Rivoluzione liberale (1961); I cattolici nella politica italiana dal 1919 al 1924 (1963); La politica delle chiacchiere (1966); Dalle strade alla storia (1966); Sospetti e veleni (1989); Gli anni che sconvolsero Palermo (2004); Il lungo fiume di sangue (2006); Anni Ottanta. Attacco della mafia allo Stato (2007); Morte di un Presidente. Inchiesta sul delitto Mattarella (2009).

martedì 6 luglio 2010

Davide Romano (”Riforma”) su “La mafia spiegata ai turisti


(da “Riforma”, 2 luglio 2010)
Augusto Cavadi, insegnante e giornalista palermitano, prova con il suo libricino “La mafia spiegata ai turisti” ( Di Girolamo, 64 pp, euro 5.90) a sfatare il mito della mafia e i luoghi comuni che l’accompagnano. Rispondendo alle tre domandi principali “Di che si tratta?, “C’è sempre stata?” e “Ci sarà per sempre?” l’autore scioglie equivoci, dubbi e paure della cultura popolare, attraverso un linguaggio semplice e il richiamo ai maggiori fatti di cronaca. La differenza tra “mafia buona” e “mafia cattiva”, l’immagine della Sicilia assimilata a quella del Far West, il rapporto Stato-Chiesa-mafia, questi sono solo alcuni dei temi trattati dall’autore, utilizzando la struttura e l’immediatezza dell’intervista come modello di comunicazione. I “turisti” del titolo non sono solo gli stranieri, ma anche gli italiani e i siciliani, spesso i primi a non essere informati sull’argomento. Questa lettura ha uno scopo preciso, la conoscenza come arma non-violenta, come speranza di legalità contro un fenomeno sociale, come quello mafioso, nocivo ma potente e ben radicato nel territorio italiano e non solo. L’opera è stata realizzata multilingue, proprio perché la mafia non è solo un problema italiano ma globale, e da qui nasce il bisogno d’istruire le società, dove la maggior parte degli individui sceglie di essere spettatore passivo. Inoltre nel volume è dedicato ampio spazio alla vita di Giuseppe Impastato, alla sua storia di figlio ribelle della mafia. Un capitolo che ha il potere di commuovere riportando dei dati storici, il cui susseguirsi dà il ritmo all’indignazione. Il libro dà anche una risposta d’autore alla domanda che ci si pone sempre, la mafia avrà mai fine? Dal testamento civile “Cose di cosa nostra” di Giovanni Falcone una risposta chiara: “Dovremo ancora per lungo tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso. Per lungo tempo, non per l’eternità: perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi una fine”. (Davide Romano)

Girolamo Li Causi, “Terra di Frontiera. Una stagione politica in Sicilia 1944-1960”. A cura di Davide Romano. Edizioni La Zisa


Girolamo Li Causi, “Terra di Frontiera. Una stagione politica in Sicilia 1944-1960”. A cura di Davide Romano. Presentazione di Italo Tripi. Prefazione di Oliviero Diliberto, ed. La Zisa, pagg. 224, euro 9,90 (ISBN 978-88-95709-28-4)


Questa opera inedita di Girolamo Li Causi, terminata nel 1974, e non più rivista dall’Autore, è una lunga riflessione critica, ed autocritica, sull’attività svolta dal PCI e dalle classi dirigenti siciliane, negli anni della ricostruzione post-bellica, dai mesi immediatamente successivi allo sbarco delle truppe anglo-americane sino alla formazione dei governi Milazzo. Un arco di tempo lungo un quindicennio, durante il quale Li Causi assolse anche l’incarico di segretario regionale del partito. Da questo suo osservatorio privilegiato emerge il ritratto vivo e spesso pungente di uomini e vicende che hanno segnato la storia passata e presente dell’Isola.

GIROLAMO LI CAUSI (Termini Imerese 1906 - Roma 1977) è stato uno dei massimi dirigenti nazionali del Partito comunista italiano, al quale aderì giovanissimo poco dopo la sua fondazione. Parlamentare per diverse legislature, è stato per alcuni anni vice presidente della Commissione nazionale antimafia. Collaboratore e direttore di numerosi periodici, ha pubblicato: Il lungo cammino. Autobiografia 1906-1944, Roma, Editori Riuniti, 1974.
DAVIDE ROMANO (Palermo), giornalista. Ha scritto e scrive per numerose testate, tra le quali: Il Giornale di Sicilia, Il Mediterraneo, La Repubblica, Centonove, Antimafia2000, L’Ora, La Rinascita della Sinistra, Jesus, Avvenimenti, L’Inchiesta Sicilia, Narcomafie e Riforma. È stato anche fondatore e direttore responsabile del bimestrale di economia, politica e cultura Nuovo Mezzogiorno e del mensile della Funzione Pubblica Cgil Sicilia Forum 98. Con questa casa editrice ha pubblicato: L’amore maldestro (2001), La linea d’orizzonte tra carne e Cielo (2003), La buriana e altri racconti (2003), Nella città opulenta. Microstorie di vita quotidiana (2003, 2004), L’anima in tasca (2004), Piccola guida ai monasteri e ai conventi di Sicilia (2005), Il santo mendicante. Vita di Giuseppe Benedetto Labre (2005), Dicono di noi. Il Belpaese nella stampa estera (2005) e La pagliuzza e la trave. Indagine sul cattolicesimo contemporaneo (2007).


Presentazione
di Italo Tripi

Il merito di ridare oggi voce ad un uomo politico come Girolamo Li Causi non risiede soltanto nella ricognizione storica di un periodo straordinariamente importante come il quindicennio 1944-1960, ma serve anche a mettere in luce il profilo e la consistenza di un politico lungimirante e tenace nel sostenere le ragioni di una scelta.
Il sempre più diffuso bisogno di “ritorno alla Storia” è indicativo delle difficoltà che stiamo attraversando e serve a recuperare il senso di un percorso, di un cammino, di una storia appunto che ci riguarda, ci appartiene.
La selezione degli scritti ad opera del curatore del libro che presentiamo mostra per intero la sua efficacia perché riesce a dare il senso di una stagione politica così ricca di avvenimenti che hanno visto la Sicilia al centro della storia nazionale come nel caso dello straordinario movimento contadino, della nascita del “partito nuovo” e la scelta autonomistica, della lotta alla mafia e dei riverberi a Portella della Ginestra dello scacchiere internazionale caratterizzato dalla cosiddetta “guerra fredda”.
La figura di Girolamo Li Causi emerge in tutta la sua brillantezza e, come nel caso dell’attentato del 16 settembre 1944 a Villalba, mette in mostra non solo l’acume politico ma anche la caratteristica umana di chi con coraggio e coerenza parla al cuore delle persone e fa muro alla furia criminale e assassina della mafia.
Muro che, fra l’altro, ha visto in decine di sindacalisti della Cgil i mattoni di una costruzione che della liberazione dal giogo politico mafioso ne ha fatto il presupposto dell’azione politica.
La lettura dei testi in appendice conferma in pieno le qualità dell’uomo Girolamo Li Causi e riassume le tappe più significative del decennio in questione.
Non posso tacere, in conclusione, che la Sicilia di oggi – afflitta da un grave declino delle sue classi dirigenti e segnatamente di quella politica e da una ostinata separatezza dal resto d’Italia – ha bisogno di ritrovare il bandolo della sua storia per capire come e dove orientare il cammino futuro, per dare fiducia e vigore alle nuove generazioni e impulso ad una stagione di profondi e ineluttabili cambiamenti.
Italo Tripi

Prefazione
di Oliviero Diliberto

Gli anni raccontati da Girolamo Li Causi in questo straordinario libro sono quelli decisivi della Repubblica italiana, quelli che l’hanno indelebilmente segnata, ne hanno condizionato il futuro sviluppo: anni che pesano ancor oggi. Dal 1944 al 1960, accade infatti praticamente tutto. La fine della guerra e la vittoria sul nazi-fascismo; la formazione dei primi governi democratici di unità nazionale e la successiva esclusione delle sinistre da essi; l’Assemblea Costituente e la nascita della Costituzione; l’attentato a Togliatti; la sconfitta delle sinistre nel ’48 e il centrismo; l’avanzata del Pci e delle sinistre a prezzo di lotte, politiche e sociali, grandi e terribili; le conseguenti repressioni di Scelba; la legge-truffa, e poi ancora la crisi del centrismo, le prime avvisaglie del nascente centro-sinistra, e infine la formazione dei governi Milazzo alla Assemblea regionale siciliana, resa possibile da una spaccatura all’interno della Democrazia cristiana, e la conseguente estromissione temporanea di questo partito dalle leve del potere.
In questi primi anni si coglie soprattutto la fine di una stagione di speranze aperta dalla Resistenza, la constatazione che la classe dirigente sceglie allora di non rompere decisamente con il passato, di non voltare pagina – anche e soprattutto per via del contesto internazionale, il mondo diviso in due blocchi, la guerra fredda degli anni più cupi –, in un continuiamo deteriore tra passato e presente, tra apparati dello Stato gravemente collusi con il regime fascista e riciclati, a vario titolo, in quelli della nuova Repubblica. I nemici di ieri diventano “utili” in quel momento per contrastare i nuovi nemici, i comunisti: e certo non solo in Italia. Le conseguenze di quelle scelte sciagurate, in Sicilia come nel resto del Paese, le paghiamo ancor oggi.
Li Causi racconta tutto ciò da un’ottica particolare, ma decisiva: la Sicilia del dopoguerra. L’autore narra, da protagonista, la battaglia contro la mafia, la connessione tra Stato, malavita organizzata, economia forte, le incursioni dei servizi americani. Oggi, tutto ciò ci appare più evidente. Sono emersi documenti, testimonianze, i fatti si delineano nella loro gravità e complessità: ma in Li Causi – attore protagonista tra i più importanti del periodo, a livello siciliano e nazionale – l’analisi è sin da quegli anni di una lucidità che oggi appare straordinariamente lungimirante. Aveva già chiaro tutto. E lo diceva.
L’autore – è quasi superfluo dirlo, ma forse non è inutile sottolinearlo in questi tempi di perdita colpevole di memoria – è stato personaggio leggendario. Incarcerato nel 1928 dopo la condanna a 20 anni di reclusione comminata dal tribunale speciale del fascismo, liberato nel ’43, è subito tra i capi della Resistenza nel Nord Italia, poi dirige il partito e le lotte per l’occupazione delle terre (e non solo) in Sicilia, è autorevole parlamentare e membro della direzione nazionale del Pci.
Popolarissimo e amatissimo tra le masse, Li Causi è l’alfiere della lotta contro la mafia, quando in certi ambienti politici (e giornalistici) essa non si poteva neppure nominare, negandosi addirittura la sua esistenza. Li Causi accusava apertamente di connivenza con la mafia i vertici dei partiti di governo in Sicilia, ad iniziare ovviamente dalla Dc, parlava delle collusioni con Cosa Nostra: lo faceva quando pochissimi, isolatamente, osavano farlo. Le prove giudiziarie sono venute a galla solo nei processi più recenti. Ma quelle politiche erano già allora di fronte agli occhi di chi voleva vederle. Li Causi univa dunque la capacità, straordinaria, di conoscenza e di analisi, ad un eccezionale coraggio.
Emerge a tutto tondo la figura di Li Causi comunista. Ma anche di Li Causi siciliano. Di quella Sicilia che ha dato straordinarie figure di dirigenti, nel corso dei decenni, al Pci nazionale, ma che ha visto protagonisti anche migliaia di donne e uomini meno noti o sconosciuti, militanti e dirigenti locali, politici e sindacalisti, che hanno dedicato al riscatto della propria Isola tutta la loro vita, non di rado mettendola concretamente a repentaglio e talvolta perdendola, proprio in nome e per via delle battaglie antimafia. Un nome per tutti: Pio La Torre.
Guttuso – altro siciliano illustre – amava ripetere, con la civetteria dei siciliani colti e cosmopoliti, che anche quando dipingeva una mela, c’era dentro la Sicilia. Se la portava dietro ovunque fosse e qualunque cosa facesse. Saudade isolana, ma anche coscienza della propria identità forte, delle radici che non si recidono, di valori che urlano dentro di sé. Ed è proprio in Sicilia che Li Causi matura alcune delle sue convinzioni più profonde, ad iniziare dall’adesione senza tentennamenti, e da subito, alla svolta togliattiana del ’44, la nascita del partito nuovo, capace di unire sempre la protesta alla proposta, l’identità e le alleanze. Li Causi è sempre attento all’unità delle masse, mai velleitario, nemico giurato del massimalismo. Egli crede e si batte per un partito che aderisse pienamente ai valori e ai principi della nuova Costituzione, scegliendo di tenere uniti democrazia e socialismo.
Li Causi fu dirigente comunista di prima grandezza. Pieno di umanità e partecipazione personale ai drammi del sottosviluppo, della povertà, dell’emarginazione sociale. In lui, nelle sue pagine, si avverte come prioritaria gli appaia la lotta contro le ingiustizie, i soprusi, le prepotenze dei potenti contro gli umili: Manzoni avrebbe detto le soperchierie. Passione politica, dunque, unita sempre alla tensione morale. Ma dal libro si chiarisce anche che nei comunisti siciliani la battaglia per la legalità e quella per il riscatto sociale non siano mai astrattamente scisse, anzi esse appaiono indissolubili tra loro: pena la sconfitta su entrambi i terreni.
Un esempio, dunque, ancora oggi vivissimo. Queste riflessioni politiche inedite, che commentano e si incrociano con alcuni passi significativi della sua vicenda autobiografica postbellica, sono quindi utili, feconde, istruttive. Ne dobbiamo essere grati ai brillanti curatori, che allegano anche pagine particolarmente struggenti, come le lettere di Li Causi dal carcere e le testimonianze dei compagni e dei dirigenti del Pci, seguite alla sua scomparsa.
Concludendo la lettura, mi viene spontaneo pensare (ripensare, ancora una volta) allo scioglimento di quel partito – il Pci – al quale Li Causi e intere generazioni di comunisti in Italia hanno dedicato l’intera propria vita. Anche questo straordinario libro, infatti, testimonia la grandezza e i meriti storici di quella comunità di donne e uomini che lo costituivano. Vi ho riflettuto con amarezza.
Ma è motivo di ottimismo e di speranza pensare anche che questo libro possa esser letto, e meditato, da una generazione ancor più giovane: quella che viene dopo la mia e non ha conosciuto il Pci, per un ovvio fatto anagrafico. A questi giovani, che oggi hanno vent’anni, e nascevano quando crollava il Muro di Berlino, questo libro insegna che ciò che è stato fatto era giusto farlo e che i comunisti italiani sono stati i protagonisti della lotta per la democrazia, la legalità, l’emancipazione del popolo: in definitiva, per un’Italia migliore.
In definitiva, questo libro ci insegna, ancora una volta, quanto sia straordinariamente vitale il vecchio principio che i filosofi ci ripetono da un migliaio di anni. Noi, oggi, riusciamo a vedere più lontano di chi ci ha preceduto non perché siamo più bravi, ma semplicemente perché siamo nani issati sulle spalle di giganti.

Oliviero Diliberto

IL TEMPO LEGGENDARIO di Adriana Piazza (Ed. La Zisa)






Presentazione di N.N.

Ringrazio l’autrice del “ Tempo leggendario” per avermi affidato il delicato compito di presentare il suo romanzo.
A una parte dei presenti è nota la Prof.ssa Adriana Piazza , ma per coloro che non abbiano avuto modo di seguire il suo percorso artistico, dirò brevemente.
La biografia di chi scrive va dedotta o intuita e interpretata nell’opera, tenendo conto che scrivere e narrare per l’autore, non è confessarsi, quanto: sublimare l’esistente, tradurlo in simbolo, perché la vita vi traspaia.
Adriana Piazza ha insegnato lingua e letteratura francese, presso gli Istituti superiori di questa città, ha pubblicato testi scolastici sulle problematiche legate al turismo e alla civiltà francese, nel 1997 è stato dato alla stampa il suo primo romanzo storico:”L’inflessibile voglia di Marie” sul ruolo delle donne nella rivoluzione francese, romanzo che è stato accolto con un discreto successo di critica e di pubblico.
“Il tempo leggendario” è il suo secondo romanzo, di carattere storico – psicologico, al centro dell’universo dell’autrice ancora una volta memorabili figure di donne anticipatrici e capaci di cambiamenti epocali,come Marie la sovversiva del suo primo romanzo.
Un pomeriggio di primavera, come questo che ci vede riuniti: la nipote accompagna la nonna alla Villa dei Colli, vecchia dimora di famiglia, ormai fatiscente; chiede di restare sola con se stessa e ripercorre a ritroso le tappe della sua esistenza, di quel pomeriggio sintesi di una vita rimane un prezioso quaderno di appunti: la nipote è Adriana Piazza, il romanzo è: “Il tempo leggendario.”
L’analessi è la tecnica che consente questo memorabile viaggio nel tempo, in un gioco di simmetrie speculari, che approda ad una concezione ciclica del tempo,
quello lineare della modernità è reso attraverso l’osservazione del dissennato processo di cementificazione e avvertito pertanto con disappunto.
Il tema centrale, per rievocarlo alla maniera proustiana, è :”l’immenso edificio del ricordo” o più poeticamente, alla maniera di Foscolo :
” e quando
il tempo con sue fredde ali vi spazza
Fin le rovine, le Pinplèe fan lieti
Di lor canto i deserti, e l’armonia
Vince di mille secoli il silenzio.

La poesia come memoria collettiva che vince il silenzio dei secoli e allieta i deserti.
Altro tema altrettanto forte, quello del luogo, come composizione e specchio dell’identità antropologica dei personaggi.
Una bella costruzione in stile Art Nouveau.
Un grande cancello all’ingresso, sormontato da un arco, è la Villa degli Spiriti che la bambina Giulia e il fratello Franz hanno preso l’abitudine di andare a spiare la sera, attraverso la cancellata: paura, mistero, curiosità, ma anche coraggio che la presenza di Franz infonde in Giulia, sono questi i sentimenti che animano le loro scorribande.
Incollata alle sbarre del cancello, Giulia non riesce a vedere che dettagli insignificanti, niente di tutto ciò che la sua fervida fantasia può avere partorito.
L’autrice del tempo leggendario non ha fatto altro che sviluppare questa semplice immagine e portarla alle sue estreme conseguenze.: il cancello è il filtro tra Giulia e la realtà, e Giulia che trascorre una vita tutt’altro che da eremita, però sempre mantenendo tra sé e gli altri, questa minima, ma invalicabile distanza.
Giulia che guarda da dietro la cancellata della villa è un’allegoria dell’autrice?
Del suo modo sospeso di essere nel mondo?
E’ un’allegoria del “disimpegno” ?
O al contrario dell’”impegno”?
Lo sfavillante mondo della Belle Epoque palermitana, che è il contesto del romanzo, è riproposto come un ideale attuale , sia pure con le sue sbavature e censure o è ironizzato nello stesso senso in cui Manzoni si faceva beffe di alcuni aspetti della vuotaggine del seicento?
Queste sono alcune delle questioni che nascono spontanee.
Il romanzo si snoda su tre direttrici principali: edificazione di un eden, impietosa dissoluzione e riedificazione alla luce di una mutata visione del mondo.
Gli occhi di Giulia, la bambina protagonista del romanzo, sono acuti e ineludibili, sono gli infiniti occhi di tutti coloro che prematuramente hanno varcato la soglia dell’età adulta.
il romanzo costituisce un nitido affresco della Belle Epoque palermitana.
Romanzo piuttosto insolito che sfugge ad ogni definizione precisa,ma qualche accostamento può essere tentato ed essere letto come una sorta di : “Luna e i falò” all’incontrario, perché anche per Pavese ricordare è la vera materia del romanzo, Anguilla ritorna, rivede le colline, il Belbo, le vigne e i falò, mitizzati da lontano, sono al suo ritorno: la testimonianza della dissoluzione di un mondo.
Giulia rimane e dal deperimento dell’universo che ha idoleggiato, ne vede sbocciare un altro, meno enfatico, ma, forse,anche più vero.

La mitica età dell’oro con la convinzione prepotente che l’umanità si sia totalmente e trionfalmente affrancata dalle barbarie e miseria fallirà di fronte alla crisi che condurrà di lì a poco al primo grande conflitto mondiale, i segni premonitori di questa tragedia epocale e di decomposizione della società sono presenti nel romanzo, occorre una lettura rallentata per poterli identificare, si assisterà ad un cambiamento che scardinerà un mondo per ridisegnane un altro, ad un prezzo inaccettabile, come ebbe a dire Ungaretti:
” Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro.

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto”

In questo quadro di riferimento si muovono i personaggi del romanzo. quelli maschili: lestofanti, come Carlo, il fidanzato di Marianna e il conte, marito di Carolina o leggendari e irraggiungibili, come il padre e il fratello di Giulia, Franz; tutte queste figure strutturate in coppie antitetiche, insieme ad altri personaggi, forse minori, come Michele più strumentale alla rivisitazione de “La Villa dei Colli”.
Andrea lo sfuggente e affascinante pianista, Peppino il devoto custode, delineano un orizzonte complesso col quale si interseca e da cui si diparte quello femminile.
Anche i luoghi sono antitetici, sotto il profilo valoriale, perché gerarchicamente strutturati; basta osservare la geografia della villa dove alle stanze della rappresentanza e dell’esteriorità si oppongono quelle della quiete, della laboriosità: la cucina, la biblioteca e più riposte infine, quelle dell’intimità.
Ma tutti gli spazi, pur se l’autrice non rifugge da talune descrizioni miniaturistiche, siano essi aperti o chiusi, sono essenzialmente funzionali a definire l’identità umana dei personaggi che li vivono: la Marina, la Favorita, Mondello, e più lontano: la Tunisia, Malta, la Grecia che svela a Franz un più autentico senso dell’esistenza che non gli consente più battute d’arresto; sia nella sua città, dove ora ne scopre un’altra, perché ai villini dell’Olivuzza e al fasto di via Butera si contrappongono i quartieri fatiscenti, sia a Messina dove si compirà, insieme al suo stesso destino, uno dei drammi più inattesi di inizio secolo.
E’ questa la linea d’ombra che segna l’impietosa dissoluzione dell’Eden, sono le figure maschili a squarciare quel velo, ora per esplorare i confini di un mondo nuovo più inquietante, ma anche tanto più umano, o tutti tesi, narcisisticamente, a rincorrere i luoghi del delirio edonistico e della vita da copertina, come fa il marito di Carolina a Montecarlo.
Ma non occorre andare così lontano, perché i luoghi della vanità sono anche dietro il cancello del giardino della Villa dei Colli: alla festa della zagara:” con lo sperpero di fiori recisi, sacrificati in un’esibizione di inutile vanità;” ai sabatini di Villa Giulia per le fanciulle “ninnolo;” a casa di donna, forse, Laura o Adelaide Florio; ma si può anche restare al di qua del recinto e la festa ha trasformato,per una diabolica alchimia, la sala di rappresentanza: “con l’odore nauseabondo, gli avanzi di fiori appassiti, i rimasugli dei liquori nei bicchieri;” nella sala degli orrori.
Ma cosa resta a Giulia, a Marianna, a Carolina, a Sofia che esplorano quel mondo o da dietro la cancellata del giardino de “La Villa dei Colli”, metafora dell’universo
miniaturizzato o da un convento dove gli unici deliri edonistici assumono il volto, o del trionfo di gola, o della vegetazione lussureggiante che stride, un po’ tanto, con l’atmosfera austera e ne denuncia i limiti, così che il tutto non convince Giulia che forse non è mai stata completamente bambina: la delude la recita delle sorelle così lungamente attesa, non le scaldano il cuore le cerimonie religiose, ma le raggelano i pensieri e con la mente percorre, gli spazi aperti, come Franz, il fratello che la ammalia; lo segue nelle scorribande alla “Villa degli Spiriti”, ma è lì, che con i graziosi cagnolini che si dileguano, soffocata dall’angoscia, Giulia scopre di essere “di porcellana.”
Ma, come le altre donne del romanzo, trova una forza, ma una forza che rovescia ogni sconfitta in vittoria: Marianna, infrange la convenzione corrente e respinge il fidanzato fedifrago che vuole barattare un valore disatteso con un volgare gioiello e dopo la rottura del fidanzamento con Carlo, compie il più bel viaggio dell’animo umano e ritrova se stessa.
Carolina si rivela, dopo la separazione dal marito che, invece della famiglia, ama l’azzardo, il lusso e le proprietà della moglie che allegramente dilapida: madre esemplare e maestra encomiabile.
Sofia, anche se non conosce la sconfitta, lotta con altrettanta tenacia e trasforma i vagheggiamenti di una bimba nella realizzazione di una donna, attraverso l’arte.
Giulia sta a guardare e nella Villa scopre: nelle sere d’estate, quando la terrazza assomiglia ad un immenso planetario: l’incanto della notte nel giardino di casa, l’affettuosa intimità materna sul pianerottolo dinanzi alla finestra prima di andare a dormire, le voci inquietanti degli abitanti nel cortile, l’amore per la letteratura nella biblioteca con Franz, l’amicizia con Franceschina e il desiderio di libertà di cui, il paniere di ficodindia che scambia con i suoi giornalini, è l’emblema.
Fuori dalla villa scorge: i violinisti ciechi al teatro delle marionette, la magia del mare, lasciandosi inzuppare i vestiti dalla risacca, vicino casa di madrina Elvira a Cefalù, le famiglie in cerchio che vegliano sui bambini addormentati per la festa di Santa Rosalia che anche il padre predilige, la incantano gli splendori del viale della Libertà, il sapore della merenda a “La Palazzina Cinese”.
Ne scaturisce un universo femminile, prima sognante e disarticolato dalla realtà, poi caparbiamente solido, unito: persino la sottile incrinatura tra Giulia e Sofia è stata ricomposta, un nuovo mondo è nato a rappresentare i valori più edificanti di una società, che lo sguardo sapiente di Giulia ha colto nei suoi bagliori, ma anche nei suoi inaccettabili egoismi, perché disgusto e rabbia offusca l’animo di Giulia, davanti alla cucina dei contadini con la mangiatoia per gli animali; ma l’amicizia con Franceschina, i doni scambiati stanno a dirci, già da allora, che la crescita di una società è possibile, solo attraverso un dono reciproco, e la gioia dei contadini, a dispetto del degrado del luogo, beffeggia l’inutile lusso delle passeggiate alla Marina.
Le figure femminili, alcune, solo apparentemente minori: perché, anche Marta la cuoca e Bettina la bambinaia magica, insegnano pazienza e tenerezza, su tutte le immagini campeggiano, oltre a quella della protagonista che dà luogo all’indimenticabile flashback, quella della mamma di Giulia, la donna a cui lei più di tutte vuole assomigliare nella vita di coppia, di madre e in quella sociale e soprattutto nell’indiscusso coraggio che dimostra dopo l’amputazione della gamba.
Ma insieme allo slancio lirico, ricordare è la vera materia del romanzo?
C’è un movente morale?
E qual è?
Il messaggio materno che l’amore è possibile nel delicato dialogo dei corpi e delle anime, pur con qualche fugace malinconia e l’incanto del giardino della Villa, dagli effetti lirico-simbolici, chiudono il romanzo; a significare nel fluire delle sequenze scenografiche che la vita è fatta di momenti, sospesi al filo del ricordo e poiché la fotografia ci consegna gli istanti; può essere come quella in copertina, emblema della vita: contro la beffa inclemente del tempo.
Ma è Franz, forse il vero protagonista del romanzo, alla ricerca di un mondo oltre i confini di quell’esistenza dorata .
la Grecia, Malta, la Tunisia, e quello che ha visto, non gli consente di essere più come una volta, i luoghi sono visti privi di ogni infatuazione paesaggistica, perché pullulano invece di un’umanità sofferente che non è possibile ignorare, tutto ciò non cambia in Franz il sentire di un momento, ma cambia dalle fondamenta l’uomo che matura un progetto di società diversa, fondato su una concezione di umanità globale, è forse questo il messaggio di straordinaria modernità e di attualità del romanzo, avvertito e vissuto forse dal più profondo dei personaggi creati dall’autrice, perché Franz da cui la sorella Giulia è ammaliata, ed è facile essere ammaliati, perché è colui che spinge gli occhi un po’ più in là del comodo cortile di casa, è l’Ulisse che è in ognuno di noi, colui che dà senso alla propria esistenza attraverso la conoscenza di sé e del mondo più vasto e ne paga il prezzo più alto.
Certo Franz come tutti i personaggi profondi, è scomodo, perché non si muove in sintonia con un mondo che vagheggia banchetti e festini.
E la sala della rappresentanza che si trasforma nella sala degli orrori, con i rimasugli dei liquori nei bicchieri, esprime così densamente l’accartocciarsi di un mondo, quando ruota intorno a sé stesso, incapace di guardare oltre il cortile di casa propria, chiuso in un narcisismo trionfante, a questo proposito molto sta a dirci, soprattutto oggi, questo personaggio inquieto, animato da un’ umanità straripante, figura tanto più chiaroveggente, se si pensa che il mondo ridisegnato dal conflitto mondiale che da lì a poco si sarebbe scatenato, non ne ha migliorato i confini, ma inasprito i conflitti in un’escalation di sopraffazione e di morte.
Il messaggio di solidarietà di Franz, così brutalmente inflazionato oggi in una società che molto ne parla, ma poco la pratica, dovrebbe farci riflettere su una questione a mio avviso nodale che l’umanità necessita di un pensare e di un sentire globale, non finalizzato al saccheggio mondiale di tutti contro tutti, ma alla condivisione più equa di tutto per tutti,
Ma quale può essere il senso della letteratura in una società così prodiga di oggetti e avara di sentimenti?
Forse quello di esplorare e rappresentare il luogo privilegiato dell’anima e i suoi misteri.
Ringrazio la Prof.ssa Piazza di averci regalato personaggi che con la loro umanità aiutano a dilatare la nostra.