lunedì 13 luglio 2009

LIBRI: IL CAPPIO DELLA MAFIA NEL RACCONTO DI UN MAGISTRATO



DE LUCIA RIVELA RETROSCENA DI LOTTA AL RACKET E INDAGINI SU BOSS
Descrivono l'economia mafiosa basata su estorsioni, appalti pubblici truccati, tangenti a politici e omicidi eseguiti per riequilibrare le sorti di Cosa nostra. Raccontano di rapine miliardarie che sono rimaste nella storia criminale della mafia, del 'pizzo' imposto a commercianti e imprenditori, ma anche della voglia di ribellione dei palermitani. Sono le storie giudiziarie degli ultimi vent'anni raccolte nel libro 'Il cappio' (Bur-Rizzoli 254 pp - 9,80 euro) scritto dal magistrato Maurizio De Lucia, oggi sostituto procuratore nazionale antimafia, e dal giornalista Enrico Bellavia.
Gli autori descrivono il pizzo e le tangenti come un fatto quotidiano che strangolano la Sicilia e l'economia del meridione. Il racket viene analizzato come la piu' antica attivita' della mafia, il ponte privilegiato con gli affari legali e la politica, un sistema basato su un'eccezionale organizzazione territoriale dei boss. E per questo motivo che spesso gli autori arrivano alla conclusione che non ci puo' essere Cosa nostra senza 'pizzo', perche' la mafia costruisce sulla paura il bisogno di sicurezza che si prepara a soddisfare.
Maurizio de Lucia, da piu' di vent'anni magistrato alla procura di Palermo, dove ha istruito centinaia di inchieste su questi fatti, ottenendo migliaia di anni di carcere per gli imputati, insieme con Bellavia, svelano le strutture gerarchiche, il linguaggio e le prassi di un sistema criminale che fonda le proprie radici nella logica quotidiana dei palermitani.
'Il cappio' racconta non solo di quando la mafia metteva a segno rapine miliardarie a banche e poste di Palermo, di cui si e' occupato De Lucia, ma anche della collaborazione con la giustizia di molti mafiosi, e il travaglio interiore dei figli di questi boss. De Lucia ricorda lo sguardo impaurito di una ragazza alla quale avevano appena detto che il padre aveva deciso di pentirsi, facendole crollare un mito che fino a quel momento aveva visto solo dalla parte dei criminali.
Vi sono i racconti di 'una vita da estorsore' e il mafioso che diventa socio e poi padrone di un'attivita' che aveva piegata al racket. Ma anche il pizzo imposto alla produzione del film 'Tano da morire' di Roberta Torre per girare le proprie scene a Palermo. Ma accanto a queste piaghe della societa' arrivano i segnali di rivolta, in Sicilia, da Palermo, a dimostrazione del fatto che la lotta al racket puo' cominciare solo da questa terra in cui la mafia affonda le proprie radici e continua a esercitare quasi incontrastata il proprio potere.
Viene ampiamente ricordato l'esempio dell'associazione Addiopizzo, quello di Tano Grasso, di Libero Futuro di cui e' presidente Enrico Colaianni, e infine, il rischio, anzi, il pericolo attuale, che la mafia tenta di infiltrarsi nell'antimafia. Un libro che e' anche un'antologia che va letta.
(ANSA).

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