lunedì 20 luglio 2009

Morto a New York a 78 anni. Frank McCourt, con l’Irlanda nel cuore


Morto a New York a 78 anni. Vinse il Pulitzer raccontando la terra di origine
Frank McCourt, con l’Irlanda nel cuore
Prima la povertà, poi una vita da «prof» e quindi
il successo con "Le ceneri di Angela".

Frank McCourt ha avuto tre vite. L’auto­re di Le ceneri di Angela, morto settan­tottenne ieri a New York per una me­ningite che aveva colpito nei giorni scorsi il suo fisico già minato da un male incu­rabile, aveva cominciato la sua prima vita nel 1930 a Brooklyn, figlio di immigrati poverissi­mi che quattro anni dopo erano tornati a Lime­rick, Irlanda, terra d’origine dei McCourt. Quel­la vita fu dickensiana, da sopravvissuto per mi­racolo alla povertà, al freddo e alla malnutrizio­ne che avevano ucciso tre dei suoi sei fratelli. Poi il ritorno negli Stati Uniti, i lavori occasio­nali, il servizio militare e infine, grazie alla bor­sa di studio da reduce, la laurea in lettere e l’ini­zio della seconda vita.

Quella da insegnante nelle scuole pubbliche di New York, «prof» anticonformista e inna­morato della poesia, che passava le ore ascol­tando i ragazzi «perché hanno insegnato più cose a me di quante io ne abbia mai spiegate a loro», cantando e suonando l’armonica a boc­ca in classe «perché chi sta in cattedra non do­vrebbe essere un nemico, ma un alleato». E finalmente, raggiunta la pensione, a 66 an­ni, sposato con la terza moglie, ecco la terza e ultima vita: quella di scrittore di best-seller mondiali e contemporaneamente («doppiet­ta » difficilissima da realizzare) vincitore di pre­mi importanti, da salotto buono delle lettere americane: il Pulitzer e il National Book Critics Circle nel 1996 per il suo primo libro, le sue memorie: Le ceneri di Angela, immediatamen­te fenomeno editoriale globale da tre milioni di copie negli Usa e due e mezzo in Regno Uni­to e Irlanda (è stato pubblicato in Italia, come tutte le sue opere successive, da Adelphi).

Perché McCourt aveva in mente da decenni di raccontare la sua vita, ma ogni tentativo di scrivere finiva in una falsa partenza. Finché, di­ventato nonno affettuosissimo del piccolo Frank jr — con il rimorso di essere stato un padre distante per la ribelle figlia Maggie, scap­pata a 17 anni con la band psichedelica dei Gra­teful Dead — non capì che avrebbe dovuto usa­re, per scrivere le sue memorie, la voce di se stesso da bambino. Ed ecco fluire subito dalla penna quell’incipit indimenticabile: «Gente di tutte le razze si vanta — o si lamenta — di quanto sia stata brutta la propria infanzia, ma non c’è niente di paragonabile a una brutta in­fanzia irlandese. La povertà. Il padre alcolista, chiacchierone e disoccupato. La madre religio­sa e stanca che si lamenta accanto al caminet­to. I preti arroganti. I maestri di scuola prepo­tenti. Gli inglesi, e tutte le brutte cose che ci hanno fatto per ottocento lunghi anni».

Così arrivarono i premi letterari, il successo globale tradotto in trenta lingue, tutte quelle copie vendute, il film hollywoodiano, l’invito a parlare alle Nazioni Unite. Tutto grazie alla sua voce di bambino, alle parole del piccolo Frankie che accompagnava mamma Angela, triste e coraggiosa, nella quotidiana via crucis attraverso i pub alla ricerca di suo padre disoc­cupato e alcolizzato, che diceva ai suoi bambi­ni affamati e digiuni «il cibo fa male» prima di andare a spendere il sussidio in whisky e birra scura. La stessa birra che Frankie vide lordare la bara bianca del suo fratellino morto di sten­ti, perché papà Malachy non era riuscito a re­stare sobrio, e con le mani pulite, neanche quella volta. E McCourt sorrideva nel suo mo­do timido e un po’ incredulo ricordando come dovesse la sua fortuna e la sua ricchezza di vec­chio, l’attico a Manhattan e la bella fattoria in campagna, alla sfortuna e alle umiliazioni subi­te da bimbo, a quelle storie struggenti raccon­tate senza autocommiserazione ma con umani­tà e humor.

Il tranquillo ex-professore dei ragazzacci del liceo Stuyvesant diventò amico delle star d’Ir­landa come Liam Neeson e Bono. E, in quel 1998 degli storici Accordi del Venerdì Santo, si trasformò in ascoltato apostolo del processo di pace: «È inevitabile, l’ho capito parlando con i giovani dell’Irlanda del Nord. Sono stan­chi di tutto quell’odio, vogliono la possibilità di vivere in un Paese normale. Non è più tem­po di 'morire per l’Irlanda', come nelle canzo­ni che mi cantava mio padre. I ragazzi voglio­no cominciare a vivere», disse, profetico, al Corriere quell’anno.

E dopo il successo de Le ceneri di Angela pubblicò il seguito: Che Paese, l’America. Poi la storia del suo lavoro d’insegnante: Ehi, prof!. E infine un racconto semplice, per bam­bini, Angela e Gesù Bambino, che ha commos­so anche i grandi: in cui sua madre, a sei anni, cerca di rubare dalla gelida, umida chiesa di Limerick la statua di Gesù bambino. Per tener­lo al caldo e al riparo, almeno per una notte. Perché non morisse di freddo come i suoi fra­tellini. Ma il tempo riservato alle tre vite di Frank McCourt era finito: mentre lavorava, alla soglia degli 80 anni, al suo primo romanzo. «Il mio esordio da giovane autore di fiction», scherzava. Proprio lui che diventò famoso rac­contando la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Con umanità, grazia, e un sorriso di bambino.

Matteo Persivale,
Corriere della Sera
20 luglio 2009

venerdì 17 luglio 2009

In libreria - "La pagliuzza e la trave. Indagine sul cattolicesimo contemporaneo" di Davide Romano, La Zisa


In libreria - "La pagliuzza e la trave. Indagine sul cattolicesimo contemporaneo"
di Davide Romano. Presentazione di Marcelle Padovani. Prefazione di Anna La Rosa. Con un contributo di don Vitaliano della Sala. La Zisa, pp. 152, ISBN 978-888128091-9)


C’è un demone maligno che agita sotterraneamente la chiesa cattolica, soprattutto in Italia, dove maggiore è stata fino ad oggi la sua egemonia culturale, e, per molti versi, la sua ingerenza nelle vicende politiche dello Stato: un rancoroso spirito di rivalsa verso quella parte della società che cerca affannosamente di conquistare, una volta per tutte, più larghi spazi di sana e laica libertà.
Siamo oggi ad un punto cruciale di un lungo tragitto iniziato agli albori degli anni Novanta del secolo scorso, in concomitanza con la dissoluzione del partito della Democrazia cristiana, che per un cinquantennio era stato, con alti e bassi, il punto di riferimento e lo scudo protettivo delle gerarchie ecclesiastiche reazionarie e dei ceti sociali più oltranzisti, che, in nome di un distorto principio ecumenico di fede, avevano imposto le loro regole di vita anche a coloro che cattolici non erano e non volevano esserlo. Sarebbe qui troppo lungo elencare tutte le malefatte che i cattolici nostrani hanno compiuto a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, in ogni branca della vita pubblica, dall’economia alla scuola, dalla giustizia all’ordine pubblico, dalla sanità alla cultura, dalla negazione dei più elementari diritti civili al degrado delle grandi realtà urbane come dei piccoli centri delle aree interne. Ma una cosa non va sottaciuta, proprio perché all’origine di tutti i mali che oggi attraversano la nostra società: l’intollerabile livello di illegalità diffusa nel quale siamo sprofondati, non di rado con il concorso esplicito del mondo cattolico, sempre pronto a dare generose e sollecite coperture a chi, in nome dell’anticomunismo fino a qualche anno fà, e contro la libertà di coscienza oggi, ha gestito le leve del potere politico ed economico.
Mentre in quest’ultimo quindicennio il mondo occidentale, perfino molti paesi del Sud-America governati fino a non molto tempo addietro da sanguinarie dittature reazionarie appoggiate apertamente dal Vaticano, ha saputo dare risposte adeguate alle richieste modernizzatrici che provenivano da ampi strati della società civile, respingendo al mittente le pesanti accuse che provenivano dalle curie nazionali e dalla centrale romana, nulla di tutto questo è avvenuto in Italia, dove sono addirittura a rischio quelle poche conquiste laiche ottenute dopo anni di estenuanti battaglie civili, come il divorzio e l’aborto.
Il fatto è che il papa e la sua corte di vescovi e cardinali, di monache e sacerdoti, non hanno smesso di considerare l’Italia come un feudo personale, e la nascita dello Stato nazionale come la usurpazione di un suo diritto inalienabile. E con quest’ottica hanno fatto crescere una parte considerevole dei loro fedeli, i quali credono che la loro concezione del mondo sia l’unica giusta e valida per tutti, e che tutti debbono ad essa soggiacere, volenti o nolenti. Sono essi i paladini della tolleranza quando la chiesa cattolica viene osteggiata in qualche parte del mondo, e contemporaneamente i crociati della intolleranza quando si tratta di porre dei veti a chi crede in principi appena diversi dai loro. Riesce loro difficile capire che la libertà è un bene che non ha colore politico né appartenenza religiosa, e che il rispetto delle minoranze è una salvaguardia anche per coloro che appartengono alla maggioranza.
Purtroppo l’Italia ha sofferto per secoli il monopolio cattolico delle fede, in parte accettato per piaggeria o per convenienza, per abitudine o ignoranza, e in parte ottenuto con l’uso della forza, attraverso minacce, ricatti, delitti, persecuzioni di ogni tipo, comminati dai tribunali dell’Inquisizione fino al Settecento, e con altri strumenti, meno violenti, ma non per questo meno repressivi, nei secoli successivi. Una pratica costante e minuziosa che ha colpito e colpisce anche coloro che ad un certo momento della loro vita sacerdotale hanno deciso di appendere all’attaccapanni l’abito talare. Sono tante piccole angherie che vengono fatte passare sotto silenzio, mentre i mezzi di comunicazione di massa sono pronti e proni ad esternare l’apparato coreografico della chiesa trionfante che si celebra ogni domenica nella piazza di San Pietro. Non sono ammesse critiche all’operato delle eminenze tonacate che ogni giorno sproloquiano dai diversi pulpiti che gli vengono offerti su piatti d’argento. Tolleranza agli intolleranti, purché l’Italia resti quel paese semifeudale che è.
Un osservatorio privilegiato per conoscere lo stato della chiesa cattolica odierna è quello siciliano, dove tutte le contraddizioni che l’agitano, sono espresse all’ennesima potenza. Qui operano, è vero, sacerdoti e gruppi cattolici che esprimono posizioni diverse, spesso coraggiose, più aperte al mondo che li circonda. I loro nomi sono conosciuti anche fuori dei confini nazionali, ma la loro fama, bisogna riconoscerlo una volta per tutte, e di gran lunga superiore alla loro reale incidenza nella società nella quale operano. L’obbedienza alla chiesa, purtroppo, impedisce alla loro azione quella carica eversiva che potenzialmente potrebbero esprimere. Non sono degli eretici, e non essendolo le loro parole si perdono nel vuoto, o, nel migliore dei casi, raggiungono coloro che per altra via già si sono collocati sulla stessa lunghezza d’onda.
Di quel che accade nel cattolicesimo siciliano, e non solo, un attento e appassionato osservatore è Davide Romano, uno dei pochi giornalisti liberi che ancora esistono in Italia, e che mi auguro tale resti finché avrà voglia di fare questo mestiere, anche se la libertà potrà fargli pagare prezzi salati. In Italia, in Sicilia, abbiamo bisogno di libertà, che è quella voglia di raccontare sempre e dovunque quel che accade attorno a noi, smascherando le imposture, le ipocrisie, i malandrinaggi che giornalmente si commettono, soprattutto da parte di coloro che si presentano o vengono presentati con l’austera aureola della santità e con le roboanti insegne del potere.
Un piccolo spaccato di questo mondo, falso e bugiardo, spudorato e tracotante, che vede insieme prelati e politici, lo si legge in un suo volumetto da pochi giorni in libreria (“La pagliuzza e la trave. Indagine sul cattolicesimo contemporaneo”, presentazione di Marcelle Padovani, prefazione di Anna La Rosa, La Zisa, pp. 152, Euro 12,00), che si avvale di un contributo di Don Vitaliano Della Sala, l’ex parroco di Sant’Angelo a Scala, in provincia di Avellino, rimosso dal suo incarico per aver scelto di seguire nella sua testimonianza di fede il Cristo dei Vangeli e non la curia di Roma.
Bisogna leggerlo questo libro, tutti, siciliani e non. I temi affrontati non riguardano, infatti, questioni prettamente regionali, come a prima vista potrebbe sembrare. In quest’isola, infatti, tutto diventa chiaro, anche le cose più confuse e impenetrabili, basta soltanto guardarsi intorno e aver voglia di capire. Qui più che altrove la chiesa è tradizionalmente collusa col potere, corrotto e corruttore, anzi è essa stessa potere, sempre uguale da secoli. In questa terra ha dato prova evidente del suo fallimento, soprattutto laddove essa pretende di interpretare i bisogni e le aspettative dei cittadini in ordine alla solidarietà sociale e alla famiglia. A meno che non si vogliano considerare tali le elargizioni di sussidi, elemosine e altre similari iniziative. Non di questo hanno bisogno i cittadini, ma del sostegno fermo e incondizionato a tutte le battaglie per il riconoscimento dei diritti ad una esistenza dignitosa e pienamente integrata nel contesto sociale. Su questo versante rimane invece sorda e muta. Sintomatiche, al riguardo, sono le sue prese di posizione sulla legge che intende regolarizzare le coppie di fatto.
Lo stesso discorso si può e si deve fare sulla questione dell’impegno della chiesa nella lotta alla mafia, che ancora oggi, nonostante l’anatema di papa Giovanni Paolo II e di pochi prelati, e le coraggiose iniziative di qualche sacerdote finito, purtroppo, tragicamente, non ha minimamente intaccato la tracotante connivenza di esponenti politici, soprattutto cattolici, con questa organizzazione criminale. C’è da chiedersi se e fino a quale punto la chiesa, nel suo complesso, abbia le carte in regole per alzare la voce, incutere timore e mobilitare le coscienze. Alla prova dei fatti non mi sembra. Occorrerebbe una dirittura morale che la chiesa non ha, non ha mai avuto, e non avrà mai fino a quando essa stessa non sarà immune da quella ricerca di favori, da quelle compromissioni materiali di cui è solita pascersi con abbondanza. Tanto che non sembra del tutto peregrina la constatazione da taluni sollevata che una cosa è la chiesa cattolica, altra cosa è il messaggio di Cristo.
Di tutto questo il libro di Davide Romano offre una documentazione ricca, circostanziata ed inoppugnabile. Al punto che viene da domandarsi se non sia necessario, per salvare l’Italia, divorziare una volta per tutte dalla chiesa cattolica. E forse, così facendo, salvare anche la chiesa da una lenta ed inesorabile morte per ignominia. (Maurizio Rizza)


Indice del volume:
• Presentazione di Marcelle Padovani
• Prefazione di Anna La Rosa
• Un’altra chiesa è possibile di don Vitaliano della Sala
• Introduzione di Davide Romano
• In difesa di chi lascia la tonaca. Ovvero quando il prete s’innamora
• La sinistra, la destra e la profezia del cardinale. Il cardinale Tonini spiega perché la chiesa italiana vuole la destra al governo
• Neofascismo e integralismo cattolico. Tutti i nomi di una inconfessabile santa alleanza
• Le correnti tradizionaliste nella chiesa siciliana. Il movimento dello scismatico e scomunicato monsignor Lefebvre sbarca in Sicilia con sostegno di qualche vescovo cattolico
• I santi terreni del devoto Bartolo Sammartino. Fare carriera, politica, all’ombra della Curia.
• Divine ma resistibili ascese. Biografia non autorizzata del cardinale Salvatore De Giorni, megafono di Ruini
• La guerra di cifre della Curia dei veleni. Strani affari e conti che non tornano…
• Quei politici, come Cuffaro e non solo, che usano Dio. Parla un teologo e prete di frontiera
• La vittoria di Berlusconi? Nella chiesa tutti contenti tranne uno. Cronaca di una vittoria annunciata
• L’accorato anatema di papa Wojtyla in terra di mafia. La lezione dimenticata.
• Quei silenzi così ingombranti. La chiesa siciliana tace sulle sue alleanze con mafia e politica collusa. Lo dice il vescovo di Trapani, monsignor Micciché
• Il prete e il mafioso. La vicenda di padre Frittitta, cappellano del boss Aglieri
• Fu il primo vescovo antimafia. La vita di monsignor Giuseppe Petralia, vescovo di Agrigento
• La chiesa e la mafia. Una questione ancora irrisolta. Le riflessioni dello storico Francesaco Michele Stabile
Appendice:
• Il vescovo e la mafia. Due interventi di monsignor Angelo Rizzo sul deputato democristiano Claogero Volpe
• In memoria dell’on. Calogero Volpe. Orazione funebre
• La chiesa, la mafia e la Dc


L'autore: Davide Romano (Palermo), giornalista, specializzato in informazione religiosa, si occupa di pubbliche relazioni e cura diversi uffici stampa. Ha scritto e scrive per numerose testate, tra le quali: Il Giornale di Sicilia, Il Mediterraneo, La Repubblica, Centonove, Antimafia2000, L'Ora, La Rinascita della Sinistra, Jesus, Avvenimenti, L'Inchiesta Sicilia, Narcomafie e Riforma. E' stato anche fondatore e direttore responsabile del bimestrale di economia, politica e cultura Nuovo Mezzogiorno e del mensile della Funzione Pubblica Cgil Sicilia Forum 98.

Con la casa editrice La Zisa ha pubblicato: L'amore maldestro (2001), La linea d'orizzonte tra carne e Cielo (2003, con Salvatore Insegna), La buriana e altri racconti (2003), Nella citta' opulenta. Microstorie di vita quotidiana (2003, 2004), L’anima in tasca (2004), Piccola guida ai monasteri e ai conventi di Sicilia (2005), Il santo mendicante. Vita di Giuseppe Benedetto Labre (2005) e Dicono di noi. Il Belpaese nella stampa estera (2005).

giovedì 16 luglio 2009

Palermo 17 Luglio, Presentazione del libro di Emanuele Sinagra, "M" La lettera maledetta", Ed. La Zisa




Palermo, 16 luglio 2009 - Verrà presentato domani, 17 luglio, alle ore 18:30, pressop il Parco letterario "Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Vicolo della neve, traversa di Piazza Marina, a Palermo il romanzo breve "M. La lettera maledetta" (Ed. la Zisa, pp. 64, euro 5,90) di Emanuele Sinagra. Interverranno: Davide Romano, giornalista; Malde Vigneri, psicoanalista e prefatrice del libro; e Mario Pintacuda, insegnante e scrittore. Sarà presente l'autore. Seguirà un aperitivo.



“Ritroviamo con sollievo e con piacere nelle pagine del giovane autore del racconto la lettera maledetta quell’afflato magico della scrittura di cui parla Savater. Lo stile fantasioso e affabulatorio di Emanuele Sinagra ne merita il riconoscimento nel senso letterario del termine per il fluire dell’inventiva, per la capacità visionaria e per la scioltezza della forma che raggiunge in più di un brano livelli espressivi particolarmente felici ed in senso letterale per l’inquietante abilità rapportabile in alcuni tratti alle atmosfere dei saggi di De Martino, di mescolare ambientazioni rurali e delle terre di provincia a stilemi dal cupo disegno gotico(...). Come nelle antiche fiabe piene di streghe, di orchi e di avvenimenti ordalici, ci lasciamo attraversare dal racconto per giungere insieme all’autore ed al suo personaggio ad una plaga più rasserenata del vivere.” (Dalla presentazione di Malde Vigneri)

EMANUELE SINAGRA, (Palermo, 1983), nel 2001 ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Classico Giuseppe Garibaldi con la votazione di 100/100. Nel 2007 ha conseguito la laurea magistrale in Medicina e Chirurgia con la votazione di 110/110 e lode, con menzione della tesi ed ammissione al Premio Maurizio Ascoli. Da sempre ha seguito con passione la letteratura , il giornalismo, la storia dell’arte, la psicoanalisi e le lingue, in particolare il tedesco e l’inglese, coltivate nelle sue esperienze formative all’estero (Germania, Svezia e Polonia). Dal 2008 è medico in formazione presso la Scuola di Specializzazione in Gastroenterologia presso l’Università degli Studi di Palermo. Questo è il suo primo libro.

martedì 14 luglio 2009

Barone Alfredo Sant'Angelo, La spada di Roma, La Zisa editore, pp 128, euro 10 (ISBN 978-88-95709-08-6)


Il romanzo è ispirato alla figura, realmente esistita, del console romano Marco Claudio Marcello, al tempo della seconda guerra punica. Sullo sfondo, le lotte politiche interne alla Roma repubblicana, colta in un uno dei momenti più drammatici della sua storia millenaria, allorquando si trovò impegnata ad affrontare, sul proprio territorio l'esercito cartaginese comandato dal grande condottiero Annibale Barca. Il racconto, appassionante e coinvolgente, scorre veloce, quasi sui ritmi di un reportage giornalistica sino all'amara e tragica conclusione.

Alfredo Sant'Angelo, barone di Sant'Angelo (Palermo, 1965), laureato in filosofia, ha pubblicato nel 1996 la raccolta di poesie Poèsis et Peièsis. ha partecipato con successo a diversi concorsi letterari. E' responsabile del settore letterario dell'Associazione Opus. dalla sua grande passione per gli studi storici ha tratto stimolo ed alimento per la stesura di questa prima opera narrativa.

lunedì 13 luglio 2009

PD, GRILLO SI ISCRIVE, IL PARTITO DICE NO E GLI ALTRI CANDIDATI SI DIVIDONO


IL COMICO, C'E' BISOGNO DI FAR ENTRARE ARIA FRESCA

Roma, 13 lug. - (Adnkronos) - "Mi sono iscritto al Pd questa mattina ad Arzachena". Beppe Grillo prosegue nella sua scalata alla leadership del Partito democratico. Dopo aver annunciato di voler correre per la segreteria, il comico ligure e' passato ai fatti ed ha avviato le pratiche per avere la tessera del partito, primo passo formale necessario per arrivare alle primarie. Di fronte all'attivismo di Grillo, pero', il Pd ha fatto quadrato. E' stato il responsabile dell'organizzazione Maurizio Migliavacca, infatti, a spiegare che il comico non ha i requisiti necessari per avere la tessera dei democratici.

Piu' tardi, lo stesso circolo Pd di Arzachena ha fatto sapere di aver rifiutato la richiesta di tesseramento perche' fatta non nel circolo territoriale di residenza: "Possiamo dire fin d'ora che la richiesta verra' respinta formalmente e che la invieremo al circolo del Pd del comune di residenza di Beppe Grillo", ha detto Salvatore Masia, componente del comitato provinciale del Pd della Gallura.
Intanto da tutto il partito, fatta eccezione per i due concorrenti alla segreteria Ignazio Marino e Mario Adinolfi, sono piovute critiche, mentre da parte del Pdl diversi parlamentari sono intervenuti sostenendo che il caso-Grillo evidenzia il 'caos' che starebbe attraversando il Partito democratico. Nel dare il suo annuncio dell'iscrizione ai democratici, il comico ha spiegato: "Il partito e' un vaso comunicante, travasiamo un po' di cittadini dentro la politica e riempiamo un vuoto che dura da vent'anni. Un vuoto di finta opposizione, di comitati d'affari, di 'fassini' di 'dalemini', di gente inesistente che sta li' e non si capisce perche' e cosa hanno fatto".

Grillo ha aggiunto: "Desidero un partito serio, che sia di destra o di sinistra non mi interessa. E' il partito del Parlamento pulito, il partito del conflitto di interesse, delle concessioni televisive. Deve diventare il partito delle cinque stelle e parlare di acqua pubblica e non privata. I dirigenti del Pd non hanno detto niente sull'energia nucleare, non hanno detto niente sull'acqua che viene privatizzata dalle societa' quotate in borsa. Non si parla di neregie rinnovabili, di edifici passivi, di wi-fi libero e gratuito'.

Il comico ha aggiunto: "Loro sopravvivono perche' sono chiusi dentro il loro loft con le sovvenzioni statali. C'e' bisogno di far entrare aria fresca. Sono al buio e ammuffiti, si sente odore di naftalina. Dicono cose che non hanno senso ed esilaranti.
Ripeto, mi sono iscritto questa mattina ad Arzachena. Ho fatto la domanda sia on line che fisicamente, ho dato i 16 euro di quota. Poi se troveranno che il 3° comma, del quarto paragrafo bis ne pagheranno le conseguenze".

La risposta dei democratici e' stata affidata al responsabile organizzazione Maurizio Migliavacca: "Le regole per iscriversi al Partito democratico sono chiare e precise. Mi sembra molto difficile che la richiesta di iscrizione al partito di Beppe Grillo contenga i presupposti e abbia i requisiti necessari per il rilascio della tessera del Pd". Per Piero Fassino, coordinatore della mozione per Dario Franceschini segretario, quella di Beppe Grillo e' una "boutade" che "interpreto come una delle tante provocazioni di un uomo di spettacolo. Il partito non e' un taxi, dove si paga la corsa e si scende, ma e' una cosa seria. Al partito ci si iscrive in quanto nel partito ci si riconosce. Grillo in tutti questi anni ha manifestato sempre una ostilita', condita da attacchi violenti e volgari".

Secondo Fassino, "non c'e' alcuna ragione per pensare che Grillo possa essere candidato alla segreteria del Pd" ma in ogni caso "nessuno e' preoccupato" e "il partito e' una cosa seria ed ha delle regole". "Grillo non e' iscritto e non si riconosce nel Pd. Se Grillo vuol fare politica metta in piedi un partito e si presenti alle elezioni. Perche' deve strumentalmente provare a salire sull'autobus del Pd?". Anche Pierluigi Bersani ha bocciato l'aspirante concorrente alla leadership: "Il partito non e' un autobus sul quale salire e fare un giretto. Il partito e' una cosa seria e il congresso sara' anche un'occasione per riflettere sulle regole che ci siamo dati. Un partito deve avere un suo profilo, una identita' e regole certe, non puo' essere confuso come una galassia a cui ognuno puo' partecipare. E' un problema che dobbiamo cercare di risolvere'.

Ignazio Marino, invece, si e' detto di parere opposto: "Non conosco personalmente Beppe Grillo ma credo che in un Pd che sia un partito aperto, qualunque persona puo' con serieta' prendere la tessera, raccogliere firme, scrivere un programma non su facce o correnti, ma sulle idee e se ha serie intenzioni di dare un contributo chiaro al dibattito sull'identita' del partito, non puo' essere escluso a priori'.

Rispondendo a chi gli chiedeva un commento circa il cambiamento di atteggiamento da parte di Grillo, che finora ha spesso criticato il Pd e adesso vuole correre per la poltrona di segretario, Marino ha ricordato che 'ci sono delle regole e chi si presenta deve rispettarle. Poi c'e' un segretario che, con i suoi organismi, deve decidere se la candidatura e' legittima o meno. Piu' che esprimere un giudizio sugli altri candidati io mi taglierei la lingua'. Infine la candidatura di Beppe Grillo alle primarie: "Seguendo le regole della democrazia, chiunque ha le carte e le firme lo puo' fare. Io non giudico le persone, se Grillo -ha concluso- arrivera' con una mozione strutturata e risposte concrete sui temi che preoccupano le persone che vivono nel Paese, non vedo perche' debba essere escluso".
Anche l'altro candidato alla segreteria Mario Adinolfi non ha chiuso le porte a Grillo: "A termini dello statuto, lo dico a ragion veduta essendo uno dei cento che l'ha materialmente scritto, Beppe Grillo non potrebbe candidarsi. Dia prova, pero', di serieta' e accettazione delle regole, chiedendo una deroga motivata alla direzione nazionale del Pd. Io votero' per concedergliela".

Adinolfi ha aggiunto: "Grillo afferma di aver letto tutte le regole del Partito democratico, ma non deve averlo fatto con attenzione. All'articolo 9 comma 3 lo statuto del Pd dice che 'possono essere candidati e sottoscrivere le candidature alla carica di segretario nazionale e di componente dell'assemblea nazionale solo gli iscritti in regola con i requisiti di iscrizione presenti nella relativa anagrafe alla data nella quale viene deliberata la convocazione delle elezioni'. Quella data e' il 26 giugno e Grillo dice di essersi iscritto oggi, dunque fuori termine statutario".

E ancora: "Anche le firme che Grillo dovesse raccogliere devono essere di iscritti gia' iscritti al Pd il 26 giugno. Ma sono stato io a chiedere, due ore dopo l'annuncio dell'intenzione del mio collega blogger di candidarsi alla segreteria del Pd, di non appellarsi a cavilli burocratici per impedirne la presenza nella nostra competizione. Confermo la richiesta". Adinolfi ha concluso: "Dunque Grillo dimostri serieta', presenti una richiesta di deroga motivata alla direzione nazionale del Pd, che potrebbe riunirsi rapidamente per varare una modifica del regolamento congressuale dopo averlo ascoltato. Venga a dirci Grillo perche' si candida. Avra' il mio sostegno per poterlo fare, comunque. Questa e' una competizione con delle regole e, come abbiamo fatto noi altri quattro candidati, anche lui deve veramente leggerle e accettarle". Anche Antonio Di Pietro ha detto la sua : "Vedo che molti nel Pd fanno a gara per irridere la candidatura di Grillo a segretario di quel partito, eppure il suo e' l'unico programma esposto, molto piu' articolato delle idee che finora abbiamo sentito dagli altri candidati -ha spiegato il leader Idv-. Il Parlamento pulito, la legge sul conflitto d'interessi, l'acqua pubblica, il no al nucleare e lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, il massimo di due legislature per i parlamentari, wi-fi gratuito, l'informazione libera, con il ritiro delle concessioni televisive di Stato ad ogni soggetto politico".

Per Di Pietro, "sono tutti punti che l'IdV sta portando avanti da tempo e che, per questo, condivide. Insomma, un programma serio, concreto e che, forse, proprio per questo porta i soloni della politica a irriderlo". Il leader Idv ha poi chiarito: "Grillo non ha bisogno di mandanti, ragiona con la sua testa, basta e avanza. Il Pd fa le regole dicendo che tutti possono partecipare poi, come e' successo gia' a me e a Pannella, quando a partecipare e' qualcuno che non piace alla nomenklatura, dicono che non va bene".

No deciso, invece, da parte di Paolo Gentiloni: 'Perche' Grillo non prova a candidarsi alla leadership dell'Italia dei valori? Se il desiderio di entrare nella stanza dei bottoni della politica e' cosi' irrefrenabile, se Beppe Grillo non riesce a resistere alla tentazione di candidarsi alla guida di un partito gia' presente in Parlamento, perche' scegliere un partito cosi' lontano dalle sue idee, perche' aspirare alla leadership di una forza politica che combatte e sbeffeggia quotidianamente e contro la quale ha presentato liste elettorali in diverse realta'?'. 'Perche', insomma, Grillo, visto che non si accontenta del partito 'a cinque stelle' che ha gia' fondato, non prova a candidarsi alla leadership dell'Italia dei Valori?', conclude Gentiloni. Per Sergio Chiamparino, invece, la candidatura di Grillo "e' un ulteriore segnale di un percorso congressuale che va nella direzione di una crescente mediatizzazione con il rischio di conseguente superficialita'".

La questione Grillo ha fatto breccia anche nel Pdl. Secondo Maurizio Gasparri, "la questione morale nel Pd e' cosa vecchia. A fasi alterne e' esplosa in tante regioni d'Italia, solo da ultima la Puglia dove dilagano inchieste ed emergono collusioni inquietanti o il caso del dirigente romano presunto stupratore. Comportamenti e condotte quanto meno censurabili e che stanno decretando la crisi inarrestabile di un partito. Ora, la farsa delle primarie".

Il capogruppo del Pdl al Senato ha aggiunto: "Chi si puo' candidare? Quali sono le regole? E Grillo, incensato quando sputava infamie senza rispetto neanche per il capo dello Stato, va accolto come un benefattore o rifiutato per paura che destabilizzi definitivamente la gerontocrazia interna? Tra liti, minacce di scissioni e candidature da show la pantomima del Pd e' servita".
Adolfo Urso, vice ministro allo Sviluppo economico, evidenza il fatto che "Grillo e' la maschera di Di Pietro che vuole sfasciare la democrazia italiana. Noi pero' non esultiamo dei guai altrui ma anzi auspichiamo che la sinistra italiana possa ritrovare la sua strada perche' serve una opposizione credibile, fatta di progetti e di classe dirigente e non una maschera grottesca e tragica che alimenta solo l'odio e non fa sorridere piu' nessuno'. Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, ha invece spiegato: "Chiunque abbia a cuore il compiersi della transizione verso un nuovo assetto politico deve augurarsi che, dopo la nascita del Pdl, anche a sinistra si consolidi un grande partito. Il Pd ha sbagliato molte cose, e ora c'e' da augurarsi che questa confusa fase congressuale non lo porti allo sfascio".

Capezzone ha aggiunto: "Ecco perche' c'e' da sperare che, almeno, sappiano tenersi lontani da Grillo e soprattutto dai veleni e dal giustizialismo inoculati nella discussione pubblica quotidiana da Di Pietro e dall'Italia dei Valori. Sta li', in quell'alleanza suicida (per il Pd), l'errore di Veltroni prima e poi di Franceschini. La cartina tornasole della volonta' e della capacita' del Pd di rinnovarsi stara' proprio nella decisione di rompere l'alleanza con Di Pietro. In caso contrario, il Pd si autocondannera' ad una linea estremista e perdente, dannosa a se' e al Paese".

Secondo Enrico La Loggia, vice capogruppo del Pdl alla Camera, "ci mancava solo che Beppe Grillo si candidasse come segretario del Partito democratico. Con cio' il Pd conferma di essere a'nel caos piu' totale, spaccato in due da un infinita' di polemiche. Come potranno mai gli elettori avere fiducia di un partito come questo?". Ad analizzare la questione dal punto di vista regolamentare, e' stato il senatore del Pd Stefano Ceccanti: "Secondo lo statuto del Pd la domanda di iscrizione di Grillo non sarebbe accettabile. Il comma 8 dell'articolo 2 precisa: 'Sono esclusi dalla registrazione nell'Anagrafe degli iscritti e nell'Albo degli elettori le persone che siano iscritte ad altri partiti politici'. Dato che i partiti politici sono quelle realta' associative che si presentano alle elezioni e dato che in piu' casi Grillo e' stato promotore di liste in concorrenza col Pd, se ne ricava che l'iscrizione dovrebbe essere rifiutata. Nelle primarie 2007 furono legittimamente rifiutate le candidature di Di Pietro e Pannella che erano espressione di altri partiti alleati del Pd. Sarebbe illogico accettare Grillo che non e' neanche un alleato".

Tra i piu' critici con Grillo e' il senatore democratico Marco Follini: "Se Beppe Grillo irrompe sulla scena congressuale del Pd ci sono due modi per ribattere. Il primo consiste nel dire che non e' una cosa seria. Grillo non ha nulla a che vedere con noi, e perfino la sua dichiarazione di candidatura suona piu' come un dileggio che come una proposta. Per guidare una comunita' politica occorre in qualche modo farne parte, condividerne idealita' e progetti. Un comico che sulle ali della sua notorieta' si offre come leader di un partito che non ama e a cui non crede fa fare un altro scivolone alla politica. Si tratta di una pantomima e ha fatto bene l'intera dirigenza del Pd a ricordare che ci apprestiamo a celebrare un congresso e non un happening".

"Il secondo consiste, facendo un passettino piu' avanti, nel mettere al bando di noi stessi ogni concessione, ogni ammiccamento, ogni indulgenza a quella demagogia triviale di cui Grillo e' campione nazionale -ha aggiunto-. E qui forse il discorso si fa piu' impegnativo, meno scontato. Gia', perche' Beppe Grillo puo' permettersi di presentarsi insalutato ospite alle nostre assise perche' noi contro quella demagogia forse non ci siamo spesi abbastanza. La realta' e' che siamo ancora alle prese con le propaggini di Di Pietro. E' stata la innaturale alleanza con l'Idv che ci ha messo nelle condizioni di dover subire un certo numero di intrusioni e condizionamenti nella nostra breve vita di partito. E se ora di punto in bianco spunta Grillo, altro non e' che l'ennesima testa di un Idra populista dalle cui spire non siamo riusciti finora a liberarci". Per Follini, "riproporre da parte mia per l'ennesima volta la fine dell'alleanza con Di Pietro puo' sembrare quasi un tormentone. Ma il fatto e' che nel frattempo lui l'alleanza l'ha rotta davvero. Quella pagina di pubblicita' contro il lodo Alfano nel giorno del G8, e poi quella risposta tra i denti data all'appello appello per la tregua di Napolitano rendono drammaticamente evidente la distanza che corre tra noi e lui. In fondo Grillo affacciandosi alle soglie del nostro congresso non fa altro che vestire di nuove parole questo vecchio e fin troppo conosciuto fantasma".

Follini ha concluso: "A questo punto, almeno per me, dare una risposta statutaria a Grillo significa anche dare una risposta politica ai suoi mandanti. Piu' sara' chiara, meglio sara'. E se magari ci costera' qualcosa, vorra' dire che abbiamo fatto un investimento lungimirante". Parole dure anche da parte di Giovanna Melandri: "A Grillo vorrei dire che il Pd non e' un tram su cui si puo' salire all'occorrenza. Uno che ha sputato veleno sul partito fin dalla sua nascita non puo' candidarsi a guidarlo. Credo che prima dei colpi di scena, chi sceglie di impegnarsi in politica debba avere rispetto per migliaia di cittadini che, a diverso titolo, si sono impegnati per costruire il Pd e che, rispettandolo, ci credono veramente".

Emma Bonino, vice presidente del Senato, ha puntato il dito sul regolamento: "Io ancora non ho capito bene se le regole di questo Statuto del Pd, che ogni giorno di piu' risulta piu' pasticciato, consentono o no la candidatura di Beppe Grillo. Se lo consentono il dibattito deve essere politico, non esistono 'vade retro Satana', si deve discutere di quello che propone. Grillo e' abituato a lanciare anatemi e a fare monologhi, ma non e' mai stato disponibile a dialoghi o confronti. Se poi parliamo del programma che Grillo ha enunciato io trovo che ci siano delle sciocchezze".
"Quanto al Pd -ha proseguito- mi fa piacere che arrivino dichiarazioni di disponibilita' alla proposta di 'doppia tessera' dei Radicali. Con il gruppo parlamentare noi abbiamo avuti rapporti leali, sia nella collaborazione che nel dissenso. Ma con il Partito i rapporti non ci sono. Il problema di fondo mi sembra il come rapportarsi, e l'ipotesi della doppia tessera mi sembra l'ipotesi piu' consona. E' una ipotesi -ha concluso- che si scontra con una visione del partito piu' tradizionalista, come se l'alternativa al partito, come si diceva, liquido, puo' essere solo il ritorno al partito che fu".

Linda Lanzillotta, esponente dei Liberi democratici di Francesco Rutelli, ha invece spiegato: "Grillo puo' candidarsi a fare il segretario del Pd se rispetta tutte le regole del partito, certo io non lo aiuterei visto che in tutto questo tempo non ha fatto altro che insultare lo stesso partito democratico ed il suo segretario, senza contare tutte le offese che lui ha indirizzato a tutte noi donne, del Pd e non, che siamo arrivate alla politica impegnandoci e che, secondo il comico genovese, siamo invece arrivate in parlamento perche' l'abbiamo data. Come donna che sta nelle istituzioni ed insieme a molte altre mie colleghe, pretendo rispetto".

Lanzillotta ha aggiunto: "Gli iscritti del Pd sono persone che hanno una consapevolezza politica che difficilmente darebbe la leadership a Beppe Grillo, se cosi' fosse mi sveglierei in un partito che non e' il mio partito. Diverso invece se una piccola parte, seppur interpretata cosi' populisticamente da Grillo, trovasse il proprio spazio nel Pd, non ci sarebbe nulla di male".
Anche nel mondo dello spettacolo l'ultima iniziativa di Grillo ha fatto discutere: "Grillo e' l'unico in italia ha delle idee, magari la sinistra c'avesse le sue idee, magari c'avesse Grillo. Io non so se la sua e' una provocazione ma se si candida davvero, io lo voto -ha detto Maurizio Crozza-. La sinistra e' stata troppo a menarsela con le lotte intestine, con le faide da veltroniani e dalemiani. Grillo e' l'unico che propone idee e soluzioni concrete. Mentre in questo Paese siamo terribilmente indietro, ancora a parlare di nucleare. Speriamo sia vero che si candida. Certo per la sinistra come l'abbiamo vista finora sara' una bella gatta da pelare".

Secondo Paolo Villaggio, "piu' che l'annuncio di una candidatura mi pare una minaccia. Ad aver paura della sua candidatura deve essere soprattutto la Lega, perche' Grillo parla il loro stesso linguaggio, dice che i politici rubano tutti e sono tutti uguali. Il politburo della Sinistra storce la bocca perche' un comico non ha diritti e lo trattano come un cialtrone. Per questo motivo sarebbe quasi auspicabile che Grillo si candidasse realmente, perche' i politici continuano ad essere troppo abbarbicati alle poltrone".

Sabina Guzzanti, invece, ha evidenziato: "Io penso che quella di Beppe Grillo sia una provocazione che va presa per quella che e'. Ma secondo me arriva in un momento buono per ridiscutere lo Statuto del Pd. Con queste regole, fatte in fretta come e' stato fatto in fretta il Pd, anche Calderoli o anche Forza Italia potrebbero 'scalare' il partito come si scala una banca". L'attrice ha proseguito: "Nello statuto attuale non c'e' niente di democratico ne' di scientifico. I dirigenti del Pd, anziche' avere reazione scomposte, potrebbero prendere spunto da questa mossa di Grillo per ridiscutere le regole, visto che queste regole le hanno create loro. In giro nel mondo non mancano esempi migliori, per dirne uno le primarie degli Usa. Insomma andrebbe fatta una discussione seria coinvolgendo davvero la base, cercando nella societa' civile tutti quelli che possono dare un contributo intelligente".
'Quella di Grillo e' un'idea geniale, straordinariamente positiva. E' un grandissimo messaggio anche se le sue accuse al Pd sono state piuttosto pesanti". Lo ha detto Dario Fo alla trasmissione radiofonica di Radio 2, 'Un giorno da pecora' di Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro.
"Il Pd -ha proseguito il premio Nobel- non deve avere paura della satira e dell'ironia e delle critiche pesanti che sono positive per un partito che va alla deriva'.

PD. TRAVAGLIO: GRILLO HA GIA' VINTO CONTRO IL PARTITO DELLE MUFFE
(DIRE) Roma, 13 lug. - Marco Travaglio non crede che Beppe Grillo "voglia finire la carriera di comico per fare il segretario del Pd. Almeno non glielo auguro", dice il giornalista nella rubrica 'Passaparola', sul suo sito.
E tuttavia, "piu' interessante ancora della candidatura di Grillo e' la reazione del poliburo del Partito Democratico, questi parrucconi indignati, queste muffe che stanno li' incrostate dalla notte al Jurassic Park, non si rendono conto questi poveretti perche' ormai fanno anche pena, sono mucchietti di ossa, che piu' si incazzano e piu' rendono interessante la partita, che piu' si incazzano e piu' dimostrano che se hanno paura di Grillo vuole dire che sono proprio alla canna del gas".
Secondo Travaglio, infatti, "i casi sono due: o Grillo alle primarie prende pochi voti e allora loro potranno dire: avete visto, era un bluff, ai nostri elettori non piace, ha sbagliato partito e quindi perche' preoccuparsi. Oppure Grillo prende molti voti e allora dovrebbero domandarsi il perche'" c'e' chi "va a votare alle primarie del Partito Democratico per Beppe Grillo". Invece di occuparsi di Grillo, "del suo linguaggio, della sua barba, della sua figura e fisionomia, forse farebbero bene a domandarsi perche' una parte degli elettori del Partito Democratico, nonostante che Grillo abbia sempre bastonato il Partito Democratico, condividono quello che dice lui. Non sara' che per sentir parlare di ambiente, di lotta al nucleare e di rifiuti zero bisogna andare sul blog di Grillo? Non sara' che per sentir parlare di acqua pubblica bisogna andare sul blog di Grillo?".
Se i dirigenti del Pd "vogliono sconfiggere Grillo alle primarie dovrebbero provare a cominciare a rubargli il mestiere, a cominciare a parlare di alcune di queste cose che sono tutt'altro che robe qualunquiste o comiche, sono cose normali per una politica normale, invece si incazzano, strillano, preparano codicilli per sbarrargli la strada". Il giornalista osserva poi "che anche se dovesse durare soltanto una settimana, questa candidatura ha gia' sortito i suoi effetti, perche' ha gia' mostrato quale parte del Partito Democratico e' morta e sepolta e quale invece ha ancora una speranza".

LEGALITA': LIBRI, RUTA SPIEGA "IL DELITTO SPAMPINATO"


La storia e l'impegno in favore della legalita' di Giovanni Spampinato, giovane giornalista ragusano ucciso nel 1972 da Cosa nostra, rivivono nelle pagine del "Segreto di Mafia - Il delitto Spampinato e i coni d'ombra di Cosa Nostra", di Carlo Ruta.
Ruta, storico e giornalista di inchiesta, analizza le vicende della Sicilia degli anni 70 focalizzando l'attenzione sui delitti di mafia e sulle relazioni che cosa nostra aveva intrecciato con la societa' sana.

Giovanni Spampinato (Ragusa, 1948 – 27 ottobre 1972) è stato un giornalista italiano, vittima della mafia.
Fu a partire dagli ultimi anni sessanta corrispondente dalla sua città del giornale L'Ora, di Palermo, e de l'Unità.
Venne assassinato il 27 ottobre 1972 da Roberto Campria, figlio dell'allora presidente del tribunale di Ragusa, in un contesto che all'epoca non venne adeguatamente investigato in sede giudiziaria. Spampinato indagava sull'uccisione di un facoltoso ingegnere-imprenditore, Angelo Tumino, che era avvenuta a Ragusa il 25 febbraio dello stesso anno.
Era altresì impegnato in una inchiesta sulle attività del neofascismo in Sicilia, in relazione pure a situazioni di contrabbando e di affari illeciti con la mafia che avevano luogo lungo le aree orientali dell'isola.
Il triangolo della morte. Tumino, Campria, Spampinato di Gianni Bonino (Ragusa 1992)
Del delitto Spampinato nei primi anni novanta si è occupato il giornalista catanese Bonina con questo libro , da cui emerge il quadro complesso che, sul piano umano oltre che sociale, ha determinato quegli eventi tragici.
Gli insabbiati, storie di giornalisti uccisi dalla mafia e sepolti dall'indifferenza di Luciano Mirone (Castelvecchi, 1997)
Dal libro del cronista etneo L. Mirone emergono soprattutto gli scenari foschi che ne hanno costituito lo sfondo e gli insoluti.
Morte a Ragusa di Carlo Ruta (Edi.bi.si., Messina 2004).
È la più recente ricostruzione della vicenda si ritrova in:Sulla scorta di documenti tratti dal palazzo di giustizia di Ragusa e di nuove testimonianze, in tale libro vengono chiarificati i nessi causali tra i delitti Tumino e Spampinato, mentre vengono offerti i riscontri oggettivi sui deficit dell'istruttoria sulla prima uccisione, già allora motivo di censure da parte dell'opinione pubblica e dell'informazione democratica nazionale.
Emerso il caso all'attenzione pubblica, dopo trenta anni di sostanziale silenzio, Giovanni Spampinato nel settembre 2007 è stato insignito dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano del premio Saint Vincent per il giornalismo alla memoria

Carlo Ruta (Ragusa, 26 agosto 1953) è un giornalista, saggista e storico italiano.
Ha conseguito la laurea in filosofia presso l'università degli studi di Messina.
Da vari decenni opera nei campi della storiografia e del giornalismo d'inchiesta.
Fino ai primi anni novanta è stato direttore della rivista bibliografica Libri meridionali.

Ha pubblicato libri di investigazione storica e sociale come: Il binomio Giuliano-Scelba (Rubbettino 1995), Gulag Sicilia (Rubbettino 1993), Appunti di fine regime (Rubbettino 1994), Cono d'ombra. La mafia a Ragusa (La Zisa, Palermo 1997), Il processo come tarlo della Repubblica (Era Nuova, Perugia 1994) Politica e mafia negli Iblei (La Zisa, 1998), Giuliano e lo Stato (Edi.bi.si., Messina 2003), Segreti di banca. L'Antonveneta dai miracoli del nord-est agli intrighi siciliani (Edizioni Le Pietre, 2004), Morte a Ragusa (Edi.bi.si. 2005), sull'assassinio del giornalista de L'Ora e de L'Unità Giovanni Spampinato.
Dirige alcune collane editoriali, in particolare "Biblioteca storica del viaggio in Sicilia" della casa editrice Edi.bi.si. di Messina. Per tale collana ha firmato diversi titoli, fra cui Viaggiatori in Sicilia nel Settecento. L'immagine dell'isola nel secolo dei lumi.
Ha curato il sito accadeinsicilia.net, di cui è stato imposto l'oscuramento nel dicembre 2004. Dal febbraio 2005 cura il blog di documentazione storica e sociale leinchieste.com. Ha scritto e scrive sul mensile "Narcomafie", su "Libera Informazione" di Roberto Morrione, su "Il Manifesto", sul portale telematico per la pace "Peacelink", su "L'isola possibile", rivista-inserto mensile del quotidiano "Il Manifesto". E' membro onorario del Centro Studi e Ricerche "Aleph".
L'8 maggio 2008 è stato condannato per "stampa clandestina" perché proprietario di un sito internet www.accadeinsicilia.net che faceva informazione civile senza che fosse stata eseguita la registrazione presso la cancelleria del Tribunale di Modica.
La violazione è quella dell'art. 16 della legge 47 del 1948 che riguarda principalmente i giornali cartacei ma che è stata in questo caso applicata al web e ai blog.

LIBRO DEL GIORNO: BROOKLYN, IL NUOVO ROMANZO DI TOIBIN


DALL'IRLANDA ANCORA UNA STORIA DI EMIGRAZIONE ANNI CINQUANTA
di Mauretta Capuano (ANSA)

COLM TOIBIN, BROOKLYN (BOMPIANI, PP 328, EURO 18.50). Eilis Lacy, che nei primi anni '50 lascia l'Irlanda per gli Stati Uniti, e' una ragazza in cerca di maggiori opportunita', protagonista di una storia di migrazione che non puo' non far riflettere anche sulle realta' attuali del fenomeno.
Nel suo nuovo romanzo 'Brooklyn', tradotto da Vincenzo Vega, che segna il passaggio da Fazi editore a Bompiani, Colm Toibin, scrittore, giornalista e saggista irlandese, 54 anni, ripercorre la storia del suo paese, che come l'Italia ebbe un grandissimo flusso migratorio, attraverso una ragazza ingenua, ma fino a un certo punto, remissiva ma capace di ribellarsi, oltre che seducente senza esserne troppo consapevole. Insomma un personaggio complesso, che quasi scappa dalla cittadina di Enniscorthy, nel sudest dell'Irlanda, su consiglio di un prete emigrato, padre Floor, che la spinge a cercare nuove opportunita' al di la' dell'oceano.
Eilis, che si confronta quotidianamente con la madre e la sorella Rose, non riesce a vedere davanti a se' alcuna prospettiva. Quindi Brooklyn rappresenta per lei un futuro libero, anche se a cambiarle veramente la vita sara' l'amore, che in tutti i romanzi di Toibin alla fine e' il reale motore di ogni cosa. L'incontro di Eilis con Tony e' raccontato con estrema delicatezza: 'Eilis trovava Tony una persona sensibile, interessante e affascinante. E lei a sua volta sapeva di piacergli, non tanto perche' le dicesse di amarla, quanto per il suo modo di trattarla e di ascoltarla ogni volta che apriva bocca'.
La passione e' accompagnata anche da cadute e dubbi: Eilis si arrovella sul futuro della loro storia, non e' decisa. In fondo il romanzo e' anche la storia del delicato passaggio dall'adolescenza all'eta' adulta, con tutte le spesso dolorose scelte necessarie che comporta e che non e' facile fare. Eilis in fondo e' divisa fra appartenenza alla famiglia e senso di liberta', dovere e desiderio e le contraddizioni di un'eroina moderna. Non troviamo certezze e rassicurazioni in Brooklyn, nelle sue pagine c'e' la realta' con tutte le insidie e le bellezze che accompagnano la vita quotidiana. Tra le difficolta' anche quelle minime della nuova vita quotidiana, che si mostrano in piccoli particolari, come accade a Eilis davanti allo specchio: 'Penso' che le sarebbe piaciuto sapersi truccare come Georgina e Rose. Immagino' che se ci fosse riuscita le sarebbe stato piu' facile affrontare persone che non conosceva, gente che forse non avrebbe mai piu' rivisto'.
Toibin, che e' originario di Ennischorthy, dove e' ambientato Brooklyn, e' considerato uno dei maggiori scrittori irlandesi. I suoi libri fra i quali Sud, Madri e figli e Fuochi in lontananza, tradotti in venti lingue.

LIBRI: IL CAPPIO DELLA MAFIA NEL RACCONTO DI UN MAGISTRATO



DE LUCIA RIVELA RETROSCENA DI LOTTA AL RACKET E INDAGINI SU BOSS
Descrivono l'economia mafiosa basata su estorsioni, appalti pubblici truccati, tangenti a politici e omicidi eseguiti per riequilibrare le sorti di Cosa nostra. Raccontano di rapine miliardarie che sono rimaste nella storia criminale della mafia, del 'pizzo' imposto a commercianti e imprenditori, ma anche della voglia di ribellione dei palermitani. Sono le storie giudiziarie degli ultimi vent'anni raccolte nel libro 'Il cappio' (Bur-Rizzoli 254 pp - 9,80 euro) scritto dal magistrato Maurizio De Lucia, oggi sostituto procuratore nazionale antimafia, e dal giornalista Enrico Bellavia.
Gli autori descrivono il pizzo e le tangenti come un fatto quotidiano che strangolano la Sicilia e l'economia del meridione. Il racket viene analizzato come la piu' antica attivita' della mafia, il ponte privilegiato con gli affari legali e la politica, un sistema basato su un'eccezionale organizzazione territoriale dei boss. E per questo motivo che spesso gli autori arrivano alla conclusione che non ci puo' essere Cosa nostra senza 'pizzo', perche' la mafia costruisce sulla paura il bisogno di sicurezza che si prepara a soddisfare.
Maurizio de Lucia, da piu' di vent'anni magistrato alla procura di Palermo, dove ha istruito centinaia di inchieste su questi fatti, ottenendo migliaia di anni di carcere per gli imputati, insieme con Bellavia, svelano le strutture gerarchiche, il linguaggio e le prassi di un sistema criminale che fonda le proprie radici nella logica quotidiana dei palermitani.
'Il cappio' racconta non solo di quando la mafia metteva a segno rapine miliardarie a banche e poste di Palermo, di cui si e' occupato De Lucia, ma anche della collaborazione con la giustizia di molti mafiosi, e il travaglio interiore dei figli di questi boss. De Lucia ricorda lo sguardo impaurito di una ragazza alla quale avevano appena detto che il padre aveva deciso di pentirsi, facendole crollare un mito che fino a quel momento aveva visto solo dalla parte dei criminali.
Vi sono i racconti di 'una vita da estorsore' e il mafioso che diventa socio e poi padrone di un'attivita' che aveva piegata al racket. Ma anche il pizzo imposto alla produzione del film 'Tano da morire' di Roberta Torre per girare le proprie scene a Palermo. Ma accanto a queste piaghe della societa' arrivano i segnali di rivolta, in Sicilia, da Palermo, a dimostrazione del fatto che la lotta al racket puo' cominciare solo da questa terra in cui la mafia affonda le proprie radici e continua a esercitare quasi incontrastata il proprio potere.
Viene ampiamente ricordato l'esempio dell'associazione Addiopizzo, quello di Tano Grasso, di Libero Futuro di cui e' presidente Enrico Colaianni, e infine, il rischio, anzi, il pericolo attuale, che la mafia tenta di infiltrarsi nell'antimafia. Un libro che e' anche un'antologia che va letta.
(ANSA).

sabato 11 luglio 2009

Nicola Grato, DESERTO GIORNO, Ed. La Zisa, pp. 80 euro 9,90 - ISBN 978-88-95709-30-7




La poesia di Nicola Grato “pur sperimentando soluzioni estreme, del tempo e dello spazio, dei vuoti e dei pieni, – afferma Aurelio Sciortino nella Prefazione – affonda le radici in una tradizione primo novecentesca pur ammiccando a traguardi notevoli del secondo Novecento, attestando la lezione di endecasillabi e settenari che sfumano la materia e la sospendono in fluide apparizioni sonore. Poesia che svapora ma che intride di radici, ossimorico balenio del canto di un tempo senza tempo”.

Nicola Grato (Palermo 1975), docente di materie letterarie nelle scuole medie, autore teatrale per la “Compagnia Teatro del Baglio” di Villafrati (La spartenza, tratto dall’omonimo libro di Tommaso Bordonaro, 2005, e la trilogia ispirata al romanzo Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, 2007, 2008, 2009), ha pubblicato articoli e saggi sulla letteratura siciliana del Novecento e sul linguaggio delle scritture di emigrazione.

venerdì 10 luglio 2009

La Zisa, Amadore e quel libro che non piace alla mafia

GIORNALISTI: ANCORA DANNEGGIATA AUTO CRONISTA SOLE 24 ORE

PALERMO, 19 MAR - L'auto del giornalista del 'Sole 24 Ore', Nino Amadore, autore del libro ''La zona grigia, professionisti al servizio della mafia'', e' stata nuovamente danneggiata. Il cofano della vettura, una Ford Focus, e' stato infatti rigato con un chiodo. L'episodio e' accaduto l'otto marzo scorso mentre il giornalista stava moderando un dibattito all'istituto Don Bosco Ranchibile, a Palermo. L'auto era parcheggiata nel cortile interno dell'istituto. Le indagini sono condotte dalla polizia, dopo la denuncia presentata dal giornalista. L'auto di Amadore era gia' stata danneggiata il 13 gennaio scorso ad Agrigento, sempre in occasione di un dibattito moderato dal giornalista.



NOI, LA CRONACA E LE INTIMIDAZIONI

di Ferruccio de Bortoli

13 Gennaio 2008 - Chiedo scusa ai lettori se parliamo di noi. Ma episodi come quello accaduto ieri al nostro giornalista Nino Amadore non possono essere taciuti. Amadore è il cronista che segue da Palermo il tentativo di molti imprenditori coraggiosi di liberarsi dal ricatto quotidiano del “pizzo” e da storici e radicati tentacoli mafiosi. I suoi articoli, e quelli di tanti altri colleghi del Sole 24 Ore, hanno dato corpo e sostegno a una nuova stagione di coraggio civile, sfociata nella decisione della Confindustria siciliana di espellere chi cede al “pizzo”. Venerdì sera Amadore ha presentato ad Agrigento, insieme al presidente dell'Unione industriale, Giuseppe Catanzaro, il suo libro La zona grigia, professionisti al servizio della Mafia (La Zisa editore) in cui si denunciano omertà, collusioni, quando non vere e proprie complicità, di esponenti del mondo economico e professionale siciliano con cosche e padrini. Ieri mattina, nella città all'ultimo posto nella classifica del Sole-24 Ore del Lunedì fra le città capoluogo di provincia per sicurezza e vivibilità, Amadore ha trovato la sua auto seriamente danneggiata. Un gesto d'intimidazione non grave ma significativo nei confronti di un collega impegnato, insieme a esponenti della società civile che vivono ormai da mesi sotto scorta, in una quotidiana battaglia di civiltà. Amadore e «Il Sole 24 Ore» continueranno a fare il loro lavoro. Non ci sono alternative. Ogni piccolo cedimento, e lo sanno molti servitori dello Stato schierati sul fronte invisibile della lotta alla criminalità, è una grande vittoria di chi attenta alla legalità di un Paese che ne ha poca, pochissima. L'episodio di Agrigento mi spinge a rivelare un altro episodio che ci riguarda, accaduto nelle scorse settimane e che in un primo momento ho preferito tenere riservato. Una busta con due proiettili è stata indirizzata alla direzione di questo giornale. Conteneva una serie di considerazioni, chiamiamole così, sull'inchiesta condotta da Roberto Galullo, un valido inviato che da mesi scrive sull'attività e sui legami economici della 'ndrangheta calabrese. Inutile dire che Galullo e «Il Sole 24 Ore», come sopra, continueranno a fare la loro pur piccola parte. (f. de b.)







MAFIA, INTIMIDAZIONE CONTRO IL SOLE-24 ORE
di Serena Uccello

13 Gennaio 2008 Ennesimo atto di intimidazione in Sicilia contro un giornalista. Questa volta a essere preso di mira è stato Nino Amadore, redattore del Sole 24Ore-Sud a Palermo, il quale ieri mattina ad Agrigento ha trovato la propria auto fortemente danneggiata. Il giornalista del Sole, che negli ultimi mesi ha seguito la rivolta degli imprenditori siciliani contro la mafia e contro il racket, la sera precedente aveva presentato al Polo universitario della città dei Templi su invito di Nino Randisi, segretario del sindacato dei giornalisti di Agrigento, il suo libro "La zona grigia, professionisti al servizio della mafia". Quanto accaduto è stata «l'opera di un imbecille o di più imbecilli al servizio della stupidità umana. Se qualcuno con questo gesto ha ritenuto di fare una cortesia ai boss ha sbagliato bersaglio: io non mi fermo», ha commentato Amadore. Per Leone Zingales dell'Unione cronisti si è trattato dell'ennesimo gesto di intimidazione verso la stampa: «Evidentemente – ha detto – un certo modo di fare informazione, quello che pubblica i nomi e i cognomi di corrotti, mafiosi e collusi sta infastidendo non solo i piccoli malavitosi e i capibastone, ma anche coloro che oggi gestiscono comitati d'affari inquinati e che pensano di potere imbavagliare la stampa coraggiosa». Sul caso è intervenuto anche il segretario dell'Assostampa di Palermo, Enrico Bellavia: «Tra censure, perquisizioni e minacce siamo al minimo storico nella storia recente del libero esercizio dell'attività giornalistica in Sicilia». Solidarietà al giornalista del Sole-24 Ore è arrivata dal Comitato di redazione del «Giornale di Sicilia» e dagli imprenditori impegnati sul fronte della lotta al racket e per la legalità: da Antonello Montante, presidente di Confindustria Caltanissetta, a Giuseppe Catanzaro presidente di Confindustria Agrigento – intervenuto alla presentazione del libro e che si dice «sconcertato per l'accaduto» – al vicepresidente di Confindustria con delega per il Mezzogiorno, Ettore Artioli. A nome di tutti parla Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia: «Faccio fatica a pensare – dice – che si possa trattare di una semplice coincidenza dopo la presentazione del coraggioso libro di Amadore, il quale è impegnato da tempo sui temi del contrasto alla criminalità attraverso la sua attività di giornalista. Occorre fare chiarezza». Solidarietà anche dal presidente della Provincia di Agrigento Vincenzo Fontana e dal sindaco Marco Zambuto.





I nomi dei collusi nel libro di NINO Amadore

di Serena Uccello



Da un lato le indagini, persino le condanne. Numerose, numerosissime, in crescita. Dall'altro i provvedimenti degli Organi professionali, uno, due, tre, neanche una decina. Un buco nero, una voraggine su cui «La zona grigia, professionisti al servizio della mafia», di Nino Amadore (La Zisa, 145 pagg., 10 euro) richiama l'attenzione. E rompe il silenzio. Perché dei colletti bianchi della mafia si parla spesso, ma sempre in astratto, o più drammaticamente con il fanalismo di un danno collatterale. Senza invece fare nomi e cognomi, senza cercare di capire quanto, come, e dove i collusi o i favoreggiatori agiscono.

Il libro di Nino Amadore di nomi ne fa. Quelli dei medici degli avvocati, dei commercialisti, degli ingegneri coinvolti dalle inchieste della magistratura. Con gradi di responsabilità diversi: c'è ad esempio Giuseppe Guttadauro medico ma anche capomandamento di Brancaccio, ci sono gli avvocati Gianni Lapis e Giorgio Ghiron legati a Massimo Ciancimino e al centro di una maxi operazione di riciclaggio. Intanto gli Ordini, per agire, prendono tempo e aspettano (forse) la Cassazione.












MINACCE AL SOLE, SOLIDARIETÀ BIPARTISAN
AMATO SFIDA LE COSCHE: NON INTIMIDITE PIÙ NESSUNO

di Gabriella Monteleone



Hanno preso un punteruolo e gli hanno sfregiato tutta la macchina lasciandola a terra con le ruote sgonfie. A fugare il dubbio che possa trattarsi di una semplice “ritorsione” per un parcheggio sbagliato, ai danni del giornalista del Sole 24ore, Nino Amadore, c’è la «coincidenza» del fatto, avvenuto venerdì scorso ad Agrigento, con la presentazione del suo libro La zona grigia, professionisti al servizio della mafia (La Zisa editore). Il titolo è già di per sé esaustivo del suo impegno giornalistico laddove racconta di collusioni e connivenze a vario titolo con le cosche mafiose di tutto quel mondo borghese «pronto a condannare la criminalità quando riguarda gli altri, ma anche ad abbassare la barra della moralità quando deve guardare dentro casa propria» ha spiegato Amadore. Le case proprie sono gli ordini professionali e gli albi, ai quali medici, geometri, commercialisti, avvocati, e tecnici di ogni genere fanno riferimento e dei quali Cosa nostra si nutre per fare i propri affari. Argomento scomodo, dunque, che dovrebbe (ma così non è) fare il paio con la svolta intrapresa da Confindustria siciliana per espellere gli imprenditori che pagano il pizzo e sostenuta in questi mesi con forza dal Sole 24ore, tant’è che il direttore De Bortoli ha rivelato di aver ricevuto tempo fa due proiettili in una busta che faceva riferimento ad altre inchieste sulla ‘ndrangheta condotte da un altro giornalista, Roberto Galullo. Non stupisce l’“interesse” delle cosche per un’informazione che si espone sul fronte della criminalità organizzata, un fronte spesso sottaciuto dalla politica e trascurato dalla stessa informazione ma non da Cosa nostra, almeno quando non riesce a “comprarla”. Eppure la sfida di Confindustria nell’isola segna una vera cesura con il passato ricevendo il massimo sostegno fattivo dello stato. Non a caso Ivan Lo Bello, presidente dell’associazione regionale, ripete che «non ci sono più alibi per non denunciare gli estorsori», quasi in tandem con il ministro Amato che ha subito impegnato gli inquirenti per individuare i responsabili delle minacce, ma ha anche rilanciato una sfida che assomiglia ad un anatema: «Oggi in Sicilia c’è un clima nuovo – ha detto – la società non accetta più i condizionamenti delle cosche e lo stato sta facendo la sua parte con i ripetuti arresti dei boss. C’è una nuova alleanza, che isola i mafiosi e li condanna alla sconfitta. Sappiatelo –ha concluso – non intimidite più nessuno». La denuncia delle minacce subite dalla direzione e dai giornalisti del Sole 24ore ha raccolto ieri manifestazioni di solidarietà assolutamente bipartisan, a cominciare dal presidente del senato, Marini e dai ministri Chiti, Mastella e Bindi, passando per Schifani e Bonaiuti di Forza Italia e Ronchi di An. A sostegno di questa «preziosa e importantissima campagna, in Sicilia e non solo, contro la criminalità organizzata» si schiera anche il Pd con Roberta Pinotti, responsabile sicurezza. Per Rita Borsellino il libro di Amadore lancia un appello indiretto agli ordini professionali perché adottino anche loro un codice etico ed espellino chi favorisce la mafia. Ovvio che Cosa nostra tema l’effetto valanga.